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Intorno al drago
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INTORNO AL DRAGO
LA DROGA E IL SUO SPETTACOLO SOCIALE

 

NAUTILUS

INTORNO AL DRAGO

Contiene testi di:

WYSTANT HUGH AUDEN, RICCARDO D'ESTE, MALCOLM D'IDD, GOFFREDO FIRMIN, DADA FUSCO, ANNAMARIA PES, VINCENZO RUGGIERO, NICOLA SERGIO SERRAO.IN APPENDICE

COME MEMORIA STORICA VIENE RIPRODOTTO UN TESTO DELLA RIVISTA CONTROINFORMAZIONE.

Poiché persistiamo nella nostra inimicizia verso le regole della proprietà, ancorché intellettuale, questi testi non sono sottoposti ad alcun copyright, sicché sono riproducibili ovunque, anche senza citare la fonte.

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Il manifesto annesso è richiedibile anche a parte, isolatamente e nel numero di copie che si desidera ricevere, a Nautilus. ­Il prezzo è assolutamente soggettivo, arbitrario.Nautilus –C.P. 1311 . 10100 Torino
IL LIBRO COSTA £. 10.000 (ESAURITO)
ANNO 1990Nero fu il giorno in cui Diesel
concepì il suo truce motore che
generò te, vile invenzione,
più perversa, più criminale
perfino della macchina fotografica,
mostruosità metallica,
afflizione e infezione della nostra Cultura,
principale sciagura della nostra Comunità.
Come osa la Legge proibire
l'hashish e l'eroina e al tempo stesso
autorizzare il tuo uso, tu che gonfi
tutti i deboli Io inferiori?
I drogati danneggiano soltanto
la loro vita: tu avveleni
i polmoni degli innocenti,
il tuo fracasso sovreccita i pacifici,
e su strade intasate ne muoiono
a centinaia nel ghiribizzo del caso.
La poesia Maledizione è contenuta nel volume Grazie, nebbia! edito da Guanda nel 1977 (con una sola modificazione nostra). Molte altre opere di Wystan Hugh Auden, uno dei più significativi poeti e scrittori contemporanei di lingua inglese, sono state pubblicate in italiano. Auden, che morì nel 1973, a sessantasei anni, che fu palesemente e “scandalosamente” omosessuale, tra l'altro partecipò alla guerra civile spagnola, ovviamente dalla parte antifranchista e libertaria, e risiedette anche in Italia, ad Ischia.

AVVERTENZA PER IL LETTORE

Questo libro tratta di "droga”, del Drago, in maniera abbastanza inusuale, almeno secondo i modelli diffusi. Vuol essere essenzialmente una tessera nel mosaico unitario della critica allo spettacolare integrato. In questo caso, scegliendo il "fenomeno droga" come osservatorio privilegiato.
Vi sono state molte esitazioni nel redigerlo sotto questa forma che è, volutamente, sufficientemente teorica ma anche frammentaria, sufficientemente analitica ma anche "di battaglia", sufficientemente polemica ma anche descrittiva, talora narrativa o poetica.
In realtà, c'era chi stava pensando e lavorando ad un libro sul Drago‑droga da tempo. Però in un'ottica diversa e sganciata dalle immediatezze e dalle contingenze, con la pretesa di dire qualcosa di definitorio, se non di definitivo, sul tema. Sul suo carattere di merce per eccellenza, su ciò che ha significato nella gestione degli Stati contemporanei, sui suoi risvolti politici, ideologici, morali e repressivi, sulla sua immensa forza produttiva (di nulla) e riproduttiva (di società spettacolare e di merci).
In tempi recentissimi, è parso più utile sospendere momentaneamente quella ricerca ambiziosa e intervenire immediatamente, coagulando e restringendo le ricerche già compiute, ma valorizzandone le "tesi" fondative. Un testo di battaglia, quindi, ma anche di documentazione, di testimonianza, di analisi. Perché la traccia teorica è rilevabile comunque, e comunque questo libro non vuole inserirsi nelle diatribe da pollaio fra gli ultra e muscolosi repressori e gli anemici difensori delle "libertà" sotto l'egida, comunque, dello Stato.
Però ai nostri lettori si deve dar ragione di questa scelta. Non vi è dubbio che il clima di guerra "a tutto campo" lanciato da Bush e, si parva licet, da Craxi in Italia ha giocato la sua parte; come l'ha giocata la drogata attenzione massmediatica al "problema", di modo che non v'è speranza che passi giorno senza dover leggere o ascoltare opinioni in merito da parte dei soliti politici ed "esperti". Sì, tutto ciò ha avuto il suo peso. Ma, onestamente, non sarebbe bastato per far (momentaneamente) interrompere un lavoro di tutt'altro spessore, né per far "scendere in campo" chi scrive, né, soprattutto, per farci intervenire in una "polemica" già di per sé squalificata, rompendo così un nostro gusto per le cose ben fatte, la giusta lentezza e, se si vuole, l'amata pigrizia.
Due sono stati gli elementi decisivi.
Il primo è che non si riusciva, e sino ad ora non si è riusciti, a leggere, ascoltare, vedere alcunché di veramente accettabile, di davvero interessante, di non vieto e ripetitivo nel "dibattito" in corso, fatte salve alcune rarissime ed encomiabili eccezioni. E si dice solo accettabile, non buono od ottimale. Si è giunti così alla conclusione a cui già altri in passato erano giunti: se volevamo leggere qualcosa degno di interesse, capace di stimoli, ebbene: dovevamo scriverlo noi. E’ stata una molla fondamentale.
Il secondo è stato quello della solidarietà reale con tutte le vittime dello spettacolo integrato, dello Stato muscoloso ed etico, noi per primi. Se molte vittime ‑ i più ‑ non hanno voce o non la sanno usare o non sanno di possederla, è compito di chi sa riconoscerla, di alzarla ancora di più. Non per un avanguardismo che presupponga una delega, entrambi ripugnanti, ma come prima e legittima autodifesa. Di sé e, se possibile, di tutti. Tra cui soprattutto i "drogati", materia prima, forza lavoro, utensili e consumatori in questo enorme mercato che avviene, letteralmente, sulla loro pelle, che scorre, letteralmente, nel loro sangue.
Nel silenzio della schiavitù si ode solo il rumore delle catene, la voce dei delatori e le grida dei moderni aguzzini - per parafrasare Châteaubriand. Prendere parola in difesa della verità, così negletta e maltrattata in quest'epoca di menzogna organizzata e diffusa, ci è parso un compito irrinunciabile, ancorché faticoso. E questa è stata una molla ancor più decisiva.
Il libro non sarà quello che alcuni di noi avrebbero voluto che fosse, nei loro motivati sogni radicali, ma per lo meno sarà, è.
Con l'esplicito impegno a non considerare chiusa la faccenda con questo intervento. Tutt'altro. Una prima base, nulla più. Di lancio, si spera.
Perché i conti con il Drago, i suoi inventori e i suoi amici siamo ben lontani dall'averli regolati.
Un'ultima avvertenza. In questi testi, non cerchino suggestioni per facili slogan coloro che in passato hanno cercato, e tuttora lo fanno (ridotti, ahiloro, a ciò a cui i fatti li hanno ridotti), di usare la "lotta alla droga" come una "campagna” meramente politica ed ideologica, cadendo nella trappola voluta dal sistema spettacolare e costruendo formule riprovevoli, (tipo "sbirri e tossici fuori dai coglioni" accomunando carcerieri e carcerati), per accattivarsi le simpatie dell'opinione cosiddetta pubblica e certamente drogata. Questo libro non è solo contro Bush o contro Craxi, ma contro l'insieme della società dello spettacolo, del dominio delle merci, del potere dello Stato.
Ci prendano sul serio, invece, coloro che ci accuseranno di essere degli “irresponsabili fautori del permissivismo, di tutte le libertà". Forse lo siamo, ma soprattutto, radicalmente, di una libertà: quella di vivere a gusto.

il curatore

INTORNO AL DRAGO

Un Drago si aggira per il mondo. Con le sue lingue di fuoco, il fiato mefitico e velenoso, i terribili colpi di coda che diffondono distruzione e morte. Che sia di origine satanica non sembrano esservi dubbi, anche se taluni ne parlano come di un "flagello di Dio", della risposta di un Jahvé vendicativo e risentito con gli uomini per lo scarso rispetto sinora portatogli.

Ma i San Giorgio non sembrano mancare, anzi sempre di nuovi si propongono sulla scena internazionale, da quelli con la spada fiammeggiante consentitagli dal potere, dalle leggi e dalle polizie a quelli più dimessi che, "nel concreto", come dicono, si contentano di combattere i più periferici ma decisivi effetti di qualche lingua di fuoco, di qualche zaffata del letale alito.

Il quadro pare suggestivo, articolato e complesso. Lo si vede quotidianamente delineato sulle pagine di giornali e riviste, trasmesso e ritrasmesso iterativamente da tutte le televisioni (bisogna pur che i giusti concetti entrino, magari a forza, anche nelle teste dure come sono quelle degli scettici) sul Drago vengono scritti libri d'ogni sorta, da quelli con maggiori pretese scientifiche ai romanzi ed alle autobiografie dolenti e pentite; i San Giorgio occupano la scena con uno sferragliare d'armi ed un rimbombo di parole e minacce che di per sé soli inducono al timore qualsiasi persona di medio buonsenso, che tuttavia tollera tutto ciò, proprio per l'atroce incubo del Drago. E’ uno stato d'emergenza ormai pubblicamente dichiarato. Le forze sane delle nazioni sono chiamate a raccolta, quale che sia la loro condizione sociale o la loro ideologia, dietro gli stendardi di questa santa guerra contro il Male. Certo, con le dovute differenze e le inevitabili polemiche, anche perché le regole dello spettacolo richiedono apparenti sfumature, concorrenza, competitività tra simili. E’ ormai risaputo che gli Stati contemporanei vivono di emergenze successive, reali o presunte o inventate; dichiarare un'emergenza dopo l'altra giustifica la loro esistenza, che è, essa sì, un'emergenza seppur ormai storicizzatasi, ma che nondimeno continua ad apparire a molti come un'escrescenza della vita sociale, spesso addirittura un bubbone. Lo stato d'emergenza è divenuto l'emergenza di Stato, lo Stato delle emergenze. Ma serve, comunque, a compattare la popolazione, a creare un clima interclassista ed interideologico: se straripa un fiume o c'è un'alluvione, ci si rimbocca le maniche tutti, dal parroco al sovversivo, dal padrone all'operaio. Si costruisce la comunità fittizia della solidarietà. (Non che la solidarietà in sé sia fittizia, tutt' altro, ma quelle di questo tipo lo sono senza dubbio, essendo rivolte ad obiettivi fra loro diversi, spesso contrastanti). Il clima di unità fallace che così si costruisce serve soltanto a chi si è fatto gestore del fittizio, amministratore dell'unità sui contrasti. Ma non tutte le emergenze sono uguali. Ve ne sono alcune che parti considerevoli di società non accettano come tali, ed allora è possibile che le divisioni che si provocano siano maggiori delle unità cui lo Stato aspira; ve ne sono altre che sono prettamente interne ad uno Stato, che altri Stati non riconoscono come proprie, e dunque la solidarietà e il coinvolgimento risultano alquanto limitati; ve ne sono, infine, altre ancora che pretendono l'universalità, che coinvolgono cittadini e Stati, che sono al tempo stesso interclassiste e internazionali e, naturalmente, queste sono le migliori, le più utili. Le guerre hanno sempre svolto egregiamente questa funzione. In effetti, dividevano il mondo in tre: le due schiere belligeranti ed una terza porzione, spesso non esigua, disimpegnata dal conflitto. Però, all'interno di ciascuno schieramento, provocavano il mirabile risultato di una cooperazione e solidarietà nazionale (e internazionale, con i paesi alleati) altrimenti del tutto insperabile. E’ pur vero che spesso esistevano voci di dissenso o addirittura di opposizione, ma non era difficile metterle a tacere, dato il clima di guerra. Galera, campi di concentramento, eliminazione fisica: queste erano le misure adottate contro gli oppositori ed assolutamente giustificate con quell'emergenza dell'emergenza che è una guerra. Questo in entrambi gli schieramenti, con un ondeggiamento utilitaristico dei paesi neutrali che si compattavano sotto la profittevole bandiera della neutralità, commerciando con gli uni e con gli altri, in attesa dei vincitori. Se nell'ultima guerra mondiale, l'astuto, prudente quanto immondo staff dirigenziale hitleriano concentrò e poi liquidò fisicamente prima i comunisti (specie se di sinistra e radicali) e successivamente i socialdemocratici e poi gli ebrei, non si contano i fucilati per "tradimento" da parte dei democraticissimi inglesi. Non solo, ma anche la solidarietà internazionale, all'interno dello stesso campo, funzionò perfettamente. A sentire George Orwell, persona sicuramente degna di fede, mai l'Unione Sovietica di Stalin riscosse tante simpatie popolari nell'Inghilterra di Churchill come durante l'alleanza bellica tra i due paesi. E lo stesso Orwell, già allora criticissimo verso il regime staliniano, si vide costretto, nelle trasmissioni BBC che conduceva, rivolte all'India, a difendere e in qualche modo esaltare l'URSS perché "paese alleato", contro la "barbarie nazista" (in sé assolutamente vera e dunque immeritevole di virgolette, ma che peraltro serviva da demone unificante, giustificativo di altre e non molto minori barbarie ‑ se pensiamo alla politica coloniale inglese o a quella staliniana). Ma fra tutte le guerre, è la guerra santa quella che funziona da massimo collante, all'interno di una nazione e nei rapporti fra le nazioni. Essa deve soprattutto contenere in sé un alto valore morale, almeno dichiarato, propagandato ed apparente; deve partire da dati di fatto inoppugnabili, riscontrabili da tutti, ancorché interpretati secondo un'ottica del tutto particolare; deve proporre o promettere soluzioni universalmente vantaggiose, anche quando queste, ad un'analisi spassionata e dettagliata, mostrano facilmente la corda e indicano la loro verità ultima: sono delle spudorate menzogne che nascondono interessi inconfessabili. La guerra al Drago possiede queste caratteristiche, con­tiene tutti questi vantaggi. Con uno supplementare: di liqui­dare a priori tutte le possibili critiche, soprattutto se radicali, tutti i possibili oppositori, in specie se esterni ai rackets poli­tici ed ideologici, con il potente e ricattatorio richiamo all'u­nanimità morale. Se in una guerra il dissenziente viene sem­pre considerato disfattista, nemico di quel bene supremo che dovrebbe essere la patria , e dunque passibile di condanna per tradimento, nella guerra al Drago, dove tutti i valori co­siddetti morali e sociali vengono spregiudicatamente buttati sul terreno, chi critica, dubita o si differenzia pubblicamente dall'opinione corrente passa immediatamente per "amico del Drago", viene bollato e squalificato, se non criminalizzato, affinché trionfi il surrettizio unanimismo. Se, poi, qualcuno osa affermare che il Drago in quanto tale non esiste, che è un prodotto, peraltro assai materiale, dello spettacolo integrato, ebbene, costui ' è un nemico pubblico, con tutte le conseguen­ze che ne derivano. Una manovra assai abile per mantenere un clima costante di guerra interna ed internazionale. Gli avvertimenti sono stati già lanciati, e con quella grossolanità ed arroganza che contraddistingue gli amministratori della glaciazione sociale. Tutti (o quasi) gli intellettuali e gli opinion‑makers corrono a supporto, da brave salmerie.   Il terrorismo si diffonde. Il Drago è ovunque. Il Drago ti ascolta. Il Drago uccide. Mentre la verità è che lo Stato ed il Drago si sono unificati, l'uno essendo partecipe agli interessi dell'altro, mutuamente. Pur con il timore che queste condizioni eccezionali impongono a chiunque non sia santo e martire, noi osiamo affermare ed argomentare alcune verità di base: che il Drago non esiste o, per dir meglio, che è stato così abilmente simulato da cominciare ad esistere, non come Drago ma come mortiferi effetti; che i San Giorgio sono i suoi migliori alleati, perché senza un Drago da debellare i San Giorgio apparirebbero per ciò che sono in realtà, dei miserabili faccendieri dell'economia o della politica o della morale; che la menzogna reiterata e diffusa rischia di divenire terribile realtà; che il Drago, oltre che fermamente voluto e costruito, è un colossale business nelle sue tre componenti: ideologica, economica, poliziesca; che non ci si potrà mai liberare dal Drago senza liberarci dai San Giorgio. Il Drago di cui si sta parlando è la droga, anzi la Droga, se ancora non si era capito. Né interessano in questa sede i sottili e spesso acuti distinguo operati da alcuni (pochi) studiosi seri del problema, riguardo alle differenti caratteristiche e pericolosità delle varie droghe. Salta agli occhi che il concetto di droga è inadeguato, generico, indifferenziato ed usato per lo più in senso terroristico e criminalizzante. t evidente a chiunque non sia troppo ottenebrato dall'ideologia e dalla martellante propaganda che hashish e cocaina non sono la stessa cosa, come non lo sono anfetamina ed eroina. Ma, di più, è immediatamente percepibile da chicchessia che tè, caffè, nicotina, alcol sono anch'essi delle droghe, sia pur legalizzate e legali, ma non per ciò meno nocive soprattutto per quel che riguarda tabacco e alcol che sicuramente determinano un tasso di mortalità o di infermità assai più alto non solo rispetto a quello prodotto dalla bonaria marijuana, ma anche dalla stessa cattivissima eroina. E, poiché si è degli estremisti coerenti, non ci spiacerebbe aggiungere all'elenco delle droghe l'automobile (che, è statisticamente provato, procura un 200% di decessi in più della pur mortifera eroina e un grado di assuefazione e dipendenza incomparabile, soprattutto come effetti sociali) o il culto delle vacanze, a cui si sacrificano intere vite, o lo stesso lavoro, in società capitalista: i morti da lavoro, diretti o indiretti, sono incommensurabili rispetto a quelli da eroina (una stima cauta potrebbe parlare di 1000 a 1). Ma, nel clima della guerra santa questi possono sembrare dei sottili distinguo, la difesa di un avvocato che, alla fine, è costretto ad appellarsi al buon senso della Corte, mentre si sa che ogni Corte ne è orgogliosamente sprovvista, altrimenti non sopravvivrebbe alle sue contraddizioni. Qui invece interessa esaminare la droga come Drago, la sua utilizzazione spettacolare quanto materiale, i giochi politici, ideologici e, ovviamente, economici che le ruotano intorno. Sicché volontariamente si accettano le banalissime, volgari e profondamente inesatte definizioni di droga che vengono propagate, gonfiate artatamente e diffuse dai mass media. Quando si parla di droga, qui, se ne parla come la intenderebbe qualsiasi bottegaio o qualsiasi craxi. Il Drago è questo: non una realtà specifica e specificamente determinata, bensì il Drago, un demone da esorcizzare, un'operazione ideologico‑politica da condurre in porto, con innegabili vantaggi economici, e vedremo quali. A buon titolo, si assume il concetto di droga per com'è stato socialmente imposto e la figura del drogato, come quella del traviato, senza valori, capace di scippare le vecchiette, inetto ad ogni partecipazione sociale, secondo le descrizioni che se ne danno. Quando si tratta di suggestioni simboliche ed esorcistiche, non servono i distinguo interni, cioè riformisti, vale a dire che assumono il quadro concettuale dato per contestarne parte. Una critica radicale, e questa vuole esserlo, assume fino in fondo il dato avversario per contrastarlo fino in fondo. Per dirla in termini chiari e preannunciativi, non interessa, dal punto di vista della teoria, che i drogati vengano chiamati così, o tossicodipendenti, o devianti o quel che è; che venga loro ritirata la patente per un mese invece che per sei; che vadano in comunità terapeutica (le lucrose fabbriche di dementi ed integrati di cui i drogati forniscono la materia prima) invece che in carcere; che vengano chiamati utenti invece che delinquenti. Interessa invece stabilire che ci troviamo in una società drogata, drogogena e drogorepressiva, che la droga, proprio per la sua proibizione, è il business del secolo, la merce per eccellenza, in cui il valore di scambio si è quasi totalmente autonomizzato dal valore d'uso; che droga‑Drago e Stato sono interconnessi e interdipendenti, entrambi valorizzando la necessità del controllo etero ed autodiretto; che la ricompattazione morale contro il Drago è il trionfo della glaciazione sociale; che la droga appare "bella" perché la sopravvivenza sociale è orribile, grigia, incolore; che non si va lontano, tranne che per i politici e le loro menzogne, "studiando" soluzioni limitate; che se la droga ‑ intesa non come insieme di sostanze ma come Drago ‑ è il male del secolo, con la degna coda spaventevole dell'Aids, essa è la figlia naturale di cotanti genitori: la società del capitale e dello spettacolo. Per società drogata intendiamo una società che si euforizza artificialmente, alterata nelle sue condizioni reali o potenziali, che si intossica delle sue produzioni e ideologie e da esse viene inquinata e condizionata, che è dipendente da quei meccanismi economici, politici, spettacolari che peraltro la consumano e distruggono, che è incapace di riconoscersi in quanto tale ‑ come comunità di esseri umani ‑ ma che, per un processo di autoidentificazione, ha bisogno di alienarsi collettivamente, che ha ridotto tutto a merce, anche le relazioni umane, amorose, amicali. Ebbene, la società presente è una società drogata. Per società drogogena intendiamo una società che, rendendo l'esistenza di tutti e di ciascuno di difficile sopportazione, spinge gli individui a drogarsi, attraverso droghe considerate lecite oppure illecite (quelle propriamente dette). Fra chi corre allo stadio o in discoteca nella disperata ricerca di "dimenticare" almeno per un giorno, per un'ora, l'insopportabile pesantezza della sopravvivenza e chi, perseguendo il medesimo scopo, sniffa a cocaina o si inietta eroina, la differenza è assai più apparente che reale. Spesso addirittura i fenomeni entrano in combinazione moltiplicatoria. Una società che condiziona la domanda attraverso l'offerta, seguendo precise regole mercantili, che produce droghe e le diffonde e che, con la seduzione e contemporanea proibizione di quelle definite illecite, crea dei mercati fittizi, gonfiati, drogati, per l'appunto, com'è quello delle cosiddette droghe e favorisce così un'organizzazione di accumulazione capitalistica e di controllo sociale di tipo criminale, parallela a quella ufficiale, statale, è una società drogogena. Ebbene le società presente è una società drogogena. Per società drogorepressiva intendiamo una società che persegue i consumatori di droghe classicamente intese, dopo aver stimolato il loro diffondersi, la loro "necessità", il loro commercio, dopo aver assunto in sé quella valorizzazione della merce che la droga evidenzia al massimo livello. Senza la repressione delle droghe e dei loro consumatori, una simile valorizzazione non sarebbe stata né sarebbe possibile, come sarebbe stata impensabile la creazione di un simile, gigantesco indotto. La repressione, come accresce smisuratamente il valore di scambio della merce droga (da cui l'interesse delle organizzazioni mafiose che dispongono di molto materiale umano da "sacrificare" e di cospicui capitali da far rendere al massimo, nonché di strutture "clandestine" capillari, così come richiede il mercato), così fa lievitare la loro appetibilità da parte di tutti quei soggetti che patiscono questa società e che, attraverso il consumo di droghe, cercano un'ipotetica trasgressione. In ultimo, ma non come importanza, la repressione consente il permanere di un esercito di repressori di vario tipo e ideologia e delle loro strutture, di veicolare ogni sorta di ideologia conservativa sotto forma di impegno morale, di amalgamare, agglutinare ed appiattire diversi soggetti sociali potenzialmente antagonisti sotto lo stendardo della "lotta alla droga", di rivalorizzare ideologie altrimenti intaccate dalla crisi (quella della famiglia, del lavoro, quella religiosa ecc.). Ebbene, la società presente è una società drogorepressiva. Ed è appunto questa società, attraverso gli Stati che se ne assumono la rappresentanza e gli uomini politici che, a loro volta, vogliono condensare in sé l'essenza dello Stato contemporaneo, che si è costruita il Drago per celare il più a lungo possibile la sua reale natura. Il mantenimento del mistero sulle reali connessioni sociali, affumicate ed oscurate dalle false rappresentazioni, e sull'essenza della società attuale è la condizione indispensabile per la perpetuazione della società stessa. Ma il mistero lo si conserva ed alimenta attraverso due tecniche spesso tra loro combinate: quella del segreto in senso stretto, come ben sanno i vari "servizi", utile quasi esclusivamente durante la preparazione e la commissione di determinate attività, e quella dell'informazione eccessiva, sovrabbondante, nella quale dati veri e dati falsi risultano così strettamente commisti che nessuno riesce più a districarsene e soprattutto a prendere efficacemente partito. Le singole operazioni vengono mantenute il più rigorosamente possibile segrete; successivamente, attraverso i media, si lascia filtrare l'informazione che esistono dei segreti‑ in una fase ulteriore, molti segreti, o presunti tali, vengono " denunciati" (assai raramente svelati in senso proprio) pubblicamente, diffusi massmediaticamente con sovrabbondanza di dettagli più o meno interessanti e, in questo eccesso, "verum et falsurn coincidunt". Se Hegel poteva formulare la tesi che il falso è un momento del vero e Debord, utilizzando e rovesciando acutamente l'assunto, in termini contemporanei, che "nel mondo realmente capovolto il vero è un momento del falso", noi possiamo affermare che la falsificazione del vero e l'inveramento del falso sono momenti complementari della medesima strategia, attuata attraverso differenti e complementari tattiche (il segreto, la disinformazione, l'informazione eccessiva e indifferenziata), volta a mantenere tutto e tutti nell'incertezza, sicché l'unica "verità" venga costituita da ciò che appare più "immediatamente". Cosa appare più immediatamente? L'esistenza di droghe e drogati, gli effetti nefasti, la presenza della Mafia e così via. Assume queste “come verità” e in qualche modo chiunque le può toccare con mano, non è troppo lungo il passo successivo, quello che conduce a parlare di Droga, del Drago. E le informazioni che vengono fornite sul fenomeno tendono semplicemente ad accrescerlo. Altrettanto fanno le deformazioni. Le informazioni trasmesse divengono inutilizzabili da ciascun soggetto, mentre le deformazioni lo influenzano, lo condizionano. Gli elementi informativi di cui si può venire in possesso si presentano scollegati, cioè indisponibili ad un'analisi critica unitaria, mentre l'immagine del Drago, essa sì, appare unitaria, anzi granitica. Qualsiasi lettore attento può essere "informato" della stretta amicizia e collaborazione fra l'attuale presidente USA, Bush, e l'ex dittatore di Panama, Noriega, quando il primo era a capo della CIA ed il secondo suo agente "mille usi", compreso quello di spacciare droghe, se ciò serviva ad impinguare segretamente le casse del "servizio", nonché quelle personali dei singoli. E se Noriega è stato davvero al centro di un grande traffico di droga, come sostengono gli americani, che non hanno esitato ad invadere lo stato di Panama, con migliaia di morti fra la popolazione civile, per "assicurare alla giustizia" tanto criminale e, in realtà, per controllare con maggiore sicurezza il decisivo canale nonché per colpire le indebite ingerenze in traffici ormai consolidati e, di passaggio ma esemplarmente, per mettere alla berlina il servitorello che si era voluto metter su bottega in proprio, non lo era certo da qualche anno e, per giunta, all'insaputa degli onesti yankees; certi ruoli non si improvvisano e Noriega il suo senz'altro l'ha ereditato dal suo predecessore, insieme al potere. Così, chiunque può logicamente dedurre che, per interessi politici ed economici, la CIA e Bush fossero già da allora implicati in simili traffici con il Drago, anche se oggi si ergono a San Giorgio internazionali. Lo spettacolo montato successivamente, il dispiegamento militare, l'invasione di Panama, l'arresto del "traditore" con suo conseguente trasloco negli USA, non senza l'intervento della Chiesa cattolica, sempre attenta ai maneggi terreni oltre che a quelli suppostamente celesti e, in verità, inimitabile in quanto ad uso della doppiezza ed a sagacia spettacolare, tutto ciò non ha fatto altro che riaffermare l'esistenza del Drago, e la necessità della lotta contro di esso, invece di mettere a nudo le reali connessioni, gli effettivi interessi in gioco. Infatti, cosa se ne fa uno di tutte queste informazioni note e notorie? Praticamente nulla. Il problema è stato spostato, l'attenzione sociale attratta dalle roboanti dichiarazioni bellicose e moralizzatrici del governo americano, da un lato, dalla "guerra" con i "narcotraficantes" dall'altro e, soprattutto, dai guasti che effettivamente produce l'abuso di stupefacenti. Così nessuno, o quasi, si chiede più cosa c'è sotto, chi c'è dietro, quali sono i meccanismi innescati, quali i valori, materialisticamente intesi, posti in essere o messi in discussione, vale a dire contesi. L'opera di falsificazione è completa. Così l'informazione della passata amicizia e alleanza tra Bush e Noriega viene fatta circolare perché già precedentemente sterilizzata, resa innocua al punto che ben pochi ne possano trarre le dovute conseguenze. (Mentre, va da sé, gli affari, quando avvenivano, erano coperti da un rigoroso segreto). I pezzettini del mosaico sono così ben sparpagliati e frammischiati che riesce estremamente difficile ricomporli e dare un effettivo senso al mosaico stesso. Così sfuggono taluni, aspetti fondamentali della questione, sforzo ideologico e spettacolare americano a parte: che gli USA hanno iniziato ad "indignarsi" quando il cosidetto cartello di Medellín ha cominciato a produrre eroina, il cui controllo sino ad allora era stato quasi esclusivamente in mano ai "servizi" americani; che, fallite varie politiche per il controllo stretto del Centro e Sud America, i cui esempi più clamorosi sono stati la risibile speranza nella forza dei "contras" in Nicaragua e l'appoggio sfacciato a regimi fascisti in Salvador, gli USA dovevano in qualche modo ingerirsi "autorevolmente", cioè "moralmente", in quello che definiscono il loro "cortile di casa"; che dovevano trovare un collante autoritario per vincolare a sé sempre di più i loro alleati europei, scegliendo un "tema forte", come si usa dire, e difatti il signor Craxi ha lanciato la sua campagna antidroga, meramente repressiva, dopo un lungo ed accalorato incontro con Rudolph Giuliani, allora procuratore capo a New York, successivamente sindaco trombato e, da sempre, strettamente legato a quell'ambiente economico‑politico‑militare che ha come suo braccio armato i "servizi" e che è difficile non definire di stampo mafioso. Ma il caso forse più sconvolgente, ed esemplare per quanto riguarda la povertà di senso delle informazioni nell'epoca della loro voluta sovrabbondanza, è quello di Khun Sa. Costui regna di fatto sullo "Stato degli Sban", a cavallo tra Birmania, Laos e Thailandia, nel cuore di quello che è stato definito il "Triangolo d'oro". Si calcola che controlli l'80% della produzione di oppio e della sua trasformazione in eroina. Questo signore, noto da tempo al pari dei suoi traffici, recentemente è salito sulla scena della spettacolo internazionale ' ha raccontato i complessi rapporti avuti con uomini della CIA, della DEA ed anche del Kuomintang, offrendo dati e nomi e cognomi di persone implicate nel traffico internazionale, spiegandone le ragioni politiche. Ma le sue affermazioni, quasi sicuramente veridiche, hanno avuto il peso di una piuma: tutto si è risolto dentro H meccanismo dello spettacolo. Anche in Italia queste informazioni sono state offerte con abbondanza. Sono state effettuate trasmissioni su RAI 3, su Canale 5 e vari articoli sono apparsi su riviste ed anche su giornali quotidiani. Ma, a quel che sembra, nessuno ne ha tratto delle conclusioni logiche. Le parole e perplessità dello stesso James Bo Gritz, l'ex colonnello delle forze speciali statunitensi, conosciuto come il "vero Rambo" (perché dalle sue "gesta" nel Viet Nam sarebbe stato costruito il personaggio di fiction di Rambo), sono cadute nel vuoto. Questo Bo non spicca certo per eccessiva intelligenza o perspicacia, ha il cervello imbottito di stelle e strisce, però non è neppure totalmente rincretinito e, soprattutto, ama svisceratamente la "sua" America e i "suoi" soldati. Né, ovviamente, gli manca il coraggio. Solo che in questo caso ha avuto il coraggio sbagliato. Riassumiamo brevemente la storia per chi non la conoscesse. James Bo Gritz, da autentico Rambo, soldato e patriota, ha impegnato gli ultimi anni della sua vita nella ricerca dei militari americani ancora prigionieri, soprattutto in Laos e Cambogia, dopo la fine della guerra del Viet Nam. A questo fine, emarginato dal governo Usa che voleva solo far dimenticare la guerra, suturare le non poche ferite e far risplendere nuovamente il sogno americano, si era messo a cercare qualche alleato o qualche possibile aiuto in zona. Nell'88, dopo vicissitudini inenarrabili e, per l'appunto, "rambiche", riusci a contattare Khun Sa nel suo "regno" e lì gli capitò la prima sorpresa, che per un animo semplice e militare come 2 suo, non doveva essere dappoco. Khun Sa non solo lo ricevette, gli fornì le informazioni di cui era in possesso, ma. forse perché ignorava la vera realtà politica americana o forse perché sovraestimava i poteri di un "Rambo", gli fece addirittura una proposta sconvolgente: era disposto ad abolire nel suo territorio la produzione di oppio (che, si ripete, è pari all'80% della produzione mondiale) in cambio di aiuti USA per la riconversione delle colture e del riconoscimento del cc suo" Stato. Ma l'astuto orientale sin dall'inizio mise sull'avviso il muscoloso cocacolaro: che stesse attento con chi parlava, perché i suoi migliori clienti erano sempre stati proprio gli uomini della CIA, che già avevano finanziato con il traffico di eroina la guerra in Laos e Cambogia, dopo che il Congresso aveva votato contro i finanziamenti bellici. Bo Stelle‑e­-Strisce, da buon americano, non si diede per vinto, tornò negli USA, corse alla Casa Bianca dove raccontò tutto, e nessuno manco gli diede retta. Il povero "Rambo" aveva scoperto un segreto di Pulcinella e addirittura stava diventando fastidioso. Adesso Bo conduce una guerra solitaria, "contro la droga" e per recuperare i "suoi" soldati ancora prigionieri, ma il suo fallimento è assicurato e dimostrato proprio dal "rilievo" che la società spettacolare ha concesso alle sue interviste e dichiarazioni. Tutto è ormai sotto controllo, tutto sterilizzato. I notabili statunitensi non si sono neppure presi la briga di smentire formalmente, ad alto livello, le dichiarazioni di Khun Sa successivamente riportate da "Rambo" (e, sia detto di passaggio, è a tale giustificata noncuranza che quest'ultimo, questo eroe cretino da fumetti, deve la sua sopravvivenza) né si sono particolarmente impegnati affinché simili rivelazioni venissero tenute nascoste. In effetti non ce n'era e non ce n'è bisogno. L'anestesia preventiva aveva già funzionato sull'informazione. Anzi si può affermare che l'informazione stessa, intesa come tecnica di diffusione di fatti e notizie, tenda di per sé all'anestesia preventiva del suo fruitore. Ritorniamo un attimo a Khun Sa ed alle sue dichiarazioni che appaiono del tutto verosimili, tanto più che già in passato alcune indagini giornalistiche serie avevano documentato come la "via della droga" (allora si trattava essenzialmente di morfina ed eroina; il boom della cocaina è assai più recente) partisse dal famoso 'Triangolo d'oro" e come i suoi fili venissero tirati direttamente da agenti americani (CIA e DEA). Dunque, un lettore medio e di media intelligenza è tendenzialmente incline a ritenere vere le informazioni di cui viene in possesso e nondimeno ciò gli serve a poco o a nulla per un giudizio complessivo ed articolato sulla gestione del "fenomeno droga", sulle sue cause, sulla nascita del Drago, sulla sua diffusione e spettacolarizzazione. Questo perché nella notizia, anzi nelle notizie e nella loro circolazione, sono stati già immessi sufficienti "anticorpi", elementi cioè che ne sviliscono la credibilità effettiva e soprattutto la possibilità pratica di trarne le debite conseguenze. In primo luogo, Khun Sa è veramente uno dei massimi produttori e venditori di droga e dunque viene "spontaneo" (vale a dire suggerito in modo che sembri spontaneo) ritenere che qualsiasi sua asserzione sia strettamente legata ai suoi specifici interessi, verso i quali si ha un moto di ripugnanza. Quindi, le verità da lui eventualmente affermate sono già sottoposte anticipatamente al vaglio morale, perdendo con ciò gran parte della loro carica pratica. In altri termini, l'indignazione morale contro il Drago fa aggio sulla ricostruzione delle effettive responsabilità, impedisce che si operino quei collegamenti storici e logici che permetterebbero di capire quali sono le ragioni reali, politiche, economiche e spettacolari, dell'iperdiffusione delle droghe a partire dalla seconda metà di questo secolo, dal momento in cui gli interessi capitalistici e statali hanno progressivamente abbandonato le "valvole di sfogo" dello spreco assoluto determinato da conflitti mondiali, scegliendo quella dei conflitti locali o delle "guerre interne". In altre parole ancora: Khun Sa e altri cento dicano quello che vogliono, ma il Drago c'è, questo è quello che conta, il resto sono inezie. In secondo luogo, è altrettanto "evidente" (nel senso che viene offerto alla pubblica vista, è mostrato, è manifesto) che gli Stati, e i loro capi, si stanno impegnando nella guerra alla droga, nella sfida al Drago. Questa "evidenza‑, fortemente impregnata di moralità e di difesa sociale, è ciò che più nitidamente si staglia sull'immaginario collettivo e, dunque, cancella a priori molte delle domande che sarebbe lecito porsi: com'è stata possibile la nascita di un simile fenomeno, a chi ha giovato e giova, i mezzi per combatterlo sono adeguati oppure no, quali interessi manifesti ed occulti sono in campo, quante sono le relazioni fra di essi e, più in generale, con la politica degli Stati, il controllo sul pianeta, le esigenze di un mercato sempre più fortemente ideologizzato e dunque t( drogato". Ma di fronte a tanta "evidenza", il cittadino medio e di medio buonsenso, non tende a dubitare: questa è la 44 verità" di fondo, il senso, per quanto lui può cogliere. E se effettivamente, come racconta Khun Sa e come si evince da molti altri dati, nello sviluppo dei traffici delle droghe sono stati implicati alti funzionari governativi, di questo o quel paese "all'avanguardia nella lotta alla droga", ebbene saranno state delle singole deviazioni, non tali da mettere in discussione l'insieme, il sistema, la sua logica, il suo modo di operare. In terzo luogo, ed infine, vi è la cultura della s/connessione, che da sempre è stato un obiettivo dell'informazione sovrabbondante e sprovvista di qualsiasi valenza critica. Vengono offerti dei fatti, spesso addirittura dei colpevoli di essi, ma questi medesimi fatti vengono isolati, castrati di quel col legamento analitico e critico che potrebbe mettere in discussione il senso del sistema stesso e delle sue pratiche. Al contrario, la pubblicizzazione di talune magagne anche ai livelli massimi (per esempio, Watergate, Irangate o, in Italia, la P2 o i "servizi deviati") favorisce l'immagine di credibilità del sistema, la sua intrinseca controllabilità e dunque la sua democrazia. Ed è proprio su questa "deviazione", intesa come margine di errore umano, sulle ipotesi di deviazioni, per ciò stesso correggibili, che ottiene il consenso, e dunque fonda il suo potere, quel capitalismo mondiale integrato di cui parla Guattari e che, in modo molto più corretto teoricamente e pregnante, Debord definisce come lo spettacolare integrato. Quelle che sono delle contraddizioni intrinseche al sistema vengono offerte come contraddizioni marginali. I servizi segreti deviati, gli abusi delle polizie, i capi di stato corrotti o corruttibili, e via discorrendo, sono tutte deviazioni che ritrovano la loro unità ed utilità nello spettacolo diffuso. A questo punto, tornando al tema, data per scontata l'esistenza di un Drago e della necessità della Difesa Sociale, cosa può importare che questo o quell'uomo di governo sia stato implicato in simili affari? Una volta inghiottita l'esca, e cioè che la "piaga sociale del XX° secolo" ha un'origine malefica indecifrabile, com'è per le sventure naturali, l'importante è stringersi a coorte, salvare la società e le sue regole, colpire i malvagi (di cui vi è addirittura una sovrabbondanza esposta alla pubblica attenzione), recuperare i devianti ai valori sociali predominanti, rispolverare i valori antichi su cui si è fondato lo "sviluppo" della società: l'etica del capitalismo, prima e, poi, l'immagine spettacolare. Ne consegue, paradossalmente, che tutte le ‑informazioni" fornite su questo o quel traffico, su questa o quella "corruzione", le varie "rivelazioni" o le grida d'allarme, le divergenze politiche e massmediatiche, in realtà servono a costruire l'esistenza del Drago, a diffonderne lo spettacolo quanto i letali risultati. E’ la logica per cui gli avversari si ritrovano alleati quando c'è o si inventano un comune nemico, anche quando questi è stato da loro direttamente prodotto e voluto. I singoli commercianti o bottegai sono disposti a scannarsi tra loro senza esclusione di colpi, pur di prevalere, ma tutti soggiacciono alla stessa logica della merce e del commercio; tutti si alleano momentaneamente, e fondano e rafforzano le polizie, di fronte al "ladro", a colui cioè che, frutto diretto della logica della merce, serve per negativo alla sua perpetuazione e riproduzione (la merce ha un tale valore che si può anche andare in galera o morirne pur di essere compartecipi al suo possesso). Alla fine: tutti in comunità. Sociale, politica, ecclesiale o terapeutica. Qualsiasi, purché fittizia. Purché il terribile rischio della comunità umana reale e realizzata venga scongiurato.

Non c'è stato tanto abuso dei termini "comunità", "socialità", "umanità", "solidarietà", "democrazia" quanto in quest'epoca che manifesta brutalmente la loro inesistenza o scomparsa.

AVVISO AI NAVIGANTI

Navarro suonava il sax in una band nella cantina, pezzi semplici, improvvisati, tanto per allenarsi alla comprensione veloce con gli altri e dare spazio a tutti e quattro. Finivano uscendo con le ragazze che si spartivano fino all'ultima birra all'alba. Ma Navarro no, rimaneva in cantina, solo solo, con la sua Signora sdraiata sul cucchiaino aspettando di essere sciolta e trasparente e calda, la sua puttana calda su cui lavorava freneticamente con le agili dita di sassofonista, attento come un seduttore a controllare il sudore delle sue dita, che non si rovesciasse come gli succedeva di solito quando era in carenza, e stava lì, seduto ad aspettare di essere qualcos'altro. Stava aspettando una modificazione dolce, che gli alleggerisse la voglia di esistere e che gli permettesse di suonare senza soffrire, senza che la sua anima sanguinasse, senza che gli altri dovessero lamentarsi di lui. Con se stesso aveva trovato il compromesso perfetto: quando era in carenza e la sua sensibilità era a fior di nervi, immaginava in note la sua disperazione. Una musica nel cervello fino all'isteria, ma, per eseguirla e sopportarla, l'accompagnava la sua Signora calda, la sua Signora, la sua bianca, il suo maglione scaldaanima. Aveva trovato il ponte con se stesso, lo percorreva ogni giorno. In calo e fuso, fuso e in calo. Si nutriva di se stesso e il suo se stesso nutriva la Signora. E la Signora si pappava tutta la sua musica, trasformando il suo jazz in anestesia ascoltabile e dormiva sul suo sax, soffiava l'indispensabile, il consumabile istantaneo, l'accenno vago che confermasse la sua esistenza. Aveva la noia e la sua soluzione, poteva soffermarsi su qualsiasi pensiero e non sentire la viscosità delle sue contraddizioni, né il respiro delle sue emozioni avvolte in quell'impermeabile assonnato che era il suo corpo. Il tempo ucciso, le domande strozzate passavano dentro lo stantuffo e si trasformavano in nulla incrostando il suo bel cervello di tempo ucciso, di tempo senza memoria. E la mattina gli esplodeva in testa dopo poche ore di sonno e si ritrovava nella palude delle lenzuola bagnate d'acqua acida, divorato dalla ripetizione dell'attesa, l'angosciosa morsa di lucidità che lo percorreva con un tremito, facendo rimbalzare tutti i suoi punti più deboli, sia fisici che mentali. Aspettando nell'insopportabilità del tempo che Vicky arrivasse. Bella Vicky con la roba. Vicky suonava il campanello e Navarro schizzava dalla sua cuccia con la coperta addosso, percorrendo 2 lungo, interminabile corridoio senza che il sudore gelato lo pungesse di aghi di pelle d'oca. Riusciva a rianimarsi e a prendere forza solo se Vicky suonava alla porta con la roba in tasca. «Preparamela tu Vicky io tremo troppo. Fai in fretta piccola non mi reggo più», diceva passandosi una mano sulla fronte per staccarsi i capelli bagnati. Interrogava i calli del suo braccio, dove avrebbero permesso all'ago di entrare questa volta. Gli sembrava che le vene gli rispondessero saltando quasi fuori dalle loro piste nere callose. E Vicky, che sapeva la storia delle sue vene, si regolava come su una carta geografica nota, piena di fiumi neri, scegliendo quella meno rischiosa, la più praticabile e sicura, saggiando con i polpastrelli se erano calli quelli che sentiva o se sotto c'era ancora un po' di vena disponibile. Gesti rapidi e sicuri, quelli di Vícky, senza che la sua faccia muovesse un'emozione; levava l'ago dal braccio e gli diceva: «Navarro ora sei al caldo, sei normale, stai bene ora. Goditelo il flash. E’ buona la roba del Cinese, è puntuale come lui e spacca il secondo cioè lo annienta, insomma fa del bene, fa del bene. Corretto il Cinese ... ». Era tempo ormai che quando Vicky gli preparava la roba parlava in continuazione scaricando l'ansia del raggiungere la sua vena. Chiacchiere, concetti, commenti. Navarro l'immaginava come se stesse parlando al finestrino di un treno mentre stava per partire dicendo le ultime cose prima che il cigolio e lo strattone delle ruote se la portassero via. Prima che lo stantuffo arrivasse a zero e di colpo si zittisse. «Per ascoltarsi dentro ‑diceva Vicky con gli occhi chiusi‑ a diminuire di cinque chili di scimmia» , e ridacchiava. «Capolinea», pensava Navarro guardandola, «il tuo capolinea è davanti alla mia porta, il mio quando la apro. Tutti e due viviamo in una stazione». «Già, con un Cinese dall'altra parte», rispose Vícky rauca. «Mi hai letto nel pensiero?», chiese Navarro aprendo gli occhi allarmati con uno sforzo. «No, no Navarro, hai pensato a voce alta. Tranquillo, no pasa nada, abbiamo l'Orient Express, il Cinese, l'Orient Express, Navarro. Siamo in carrozza! ». «No, Vicky, io sono in una sala d'attesa finché tu non arrivi. Sono inchiodato al letto. Il tuo ottimismo mi fa incazzare è esasperante il tuo ottimismo». «Navarro, io non ce la farei senza, non ce la farei a portarti la roba tutte le mattine. Il mio ottimismo ... Pensa Navarro, ma come pensi che si stia nel metrò alle 6 di mattina? Come pensi che si stia in pieno inferno, dove ti stritolano e gli odori umani ti danno la nausea, ti senti pesante come il piombo e per un attimo invidi la gente che non ha la scimmia. Come pensi che farei ad aspettare di avere la roba per buttarmi nel primo cesso con la chiave, f armi e riprendere il metrò e galoppare fino a casa tua? Il mio ottimismo ti fa stare bene ogni mattina, Navarro. Sono la tua infermiera, la tua tetta calda, gonfia di roba. Il tuo ponte col fuori, il tuo pronto soccorso. Se manco, sei fottuto Navarro, te la dovresti vedere con questo fuori così freddo, con tutti gli esseri assuefatti te la dovresti vedere, Navarro. E per te non sarebbe facile. No, no. Chiedere ed aspettare le ore al freddo trascinandoti in cinque o sei posti diversi chiedendo sempre la stessa cosa mentre magari chi te la deve portare è fuso e non si rende conto che lo stai aspettando. Magari lo ritrovi due isolati dopo sdraiato fra due macchine parcheggiate con le labbra viola, la lingua di cartone che gli sta andando in gola. Come stanotte con un tipo. Sai, ho dovuto arpionargliela con le unghie per tirargliela fuori, la lingua, avevo le unghie piene di sangue, aveva l'odore della morte in bocca, l'alito fermo, i suoi polmoni si stavano bloccando e ti prende un conato di rifiuto, il terrore che la morte ti comunica e tu non hai nemmeno una fiala di Narcan e sei in carenza. 1 tossicomani intorno sono spariti tutti, schizzati via, merde in proprio, loro! Ed una percentuale di infami. Ho sentito qualche imbecille che farebbe il carabiniere così può sequestrare roba in piazza. L'adrenalina molte volte è migliore di qualsiasi autocontrollo. Mi è salita tutta insieme contro quell'odore di morte, l'ho sbattuto contro 2 cofano della macchina mandandogli a finire il cuore a ballare dall'altra parte della cassa toracica, su e giù, gli urlavo di vivere, figlio di puttana, di vivere, di respirare, respirare. Ecco cosa dovevo fare, farlo respirare. L'ho sdraiato sul marciapiede, gli avrei prestato i miei polmoni respirando con lui. Ma Bea non mi aveva mollato come credevo, era andata a chiamare l'ambulanza. "Bea la sai fare la respirazione? Aiutami". Ci abbiamo provato ma non ci riuscivamo. Non potevamo mollarlo proprio allora; l'abbiamo issato contro 9 muro per caricarcelo e bloccare una macchina. Due non si sono fermate benché la strada fosse stretta e andavano piano, ed è la mia isteria che ha bloccato la terza con un calcio nella portiera. "Sta morendo, muoviti o ci resta. t in overdose. Sta schiattando, vai più forte che puoi". Io ero fradicia di sudore incazzata e Bea con un panno fuori ed una mano sul clacson, il tipo era scioccato e muto, ma guidava velocissimo. Nella corsia all'ospedale sono riuscita a controllare dai calzini in su che non avesse niente di strano, di compromettente nelle tasche e nel portafoglio. L'autista balbettava spaventato, aveva più pronto soccorso. "Dottore, è in over": l'urgenza della nostra voce non ammetteva repliche, dubbi o ipotetici shock anafilattici che hanno gli stessi sintomi dell'over. E stato bravissimo. L'ha salvato, l'ha riportato in vita, ha fatto in tempo ed è uscito dall'infermeria con la faccia di chi se l'è vista brutta, ma brutta. Ho stretto Bea che è così minuta ma forte, ma il mio calo mi ha afflosciato portandomi i reni nei calzini, il culo sulla panca e tutto il resto in sudore acido. L'adrenalina era scesa, sparita, ero un sacco vuoto bagnato di febbre. Il dottore mi ha guardata, ero imperlata di sudore fino ai capelli, gli occhi liquidi e le pupille larghe. "Fammelo un pronto soccorso, dottore, non reggo più". Gli avrei baciato i piedi per la sua conoscenza dei sintomi della carenza. Mi ha misurato la pressione nel lettino vicino a quello del resuscitato che con gli occhi aperti mi guardava chiedendomi come mai eravamo in ospedale, ma io non rispondevo limitandomi ad aspettare che il dottore finisse di farmi l'intramuscolare di morfina mentre Bea aspettava fuori. "Grazie dottore per la tua conoscenza", sai quante volte si arriva in ospedale in piena astinenza e quanti dottori nella loro ignoranza o cattiveria gratuita o vendetta contro questo 'pus' non riconoscono un calo e diagnosticano: "No, tu vuoi solo sballarti, stai benone" e tu gli auguri che i loro figli diventino tossicomani e te ne vai più disperato di prima mentre immagini di chiudere quel dottore in una stanza, fargli roba per un mese di seguito e poi troncare di brutto e fargli sentire cos'è un calo. Oppure che gli dai una coltellata nel fegato o nei reni come quelle che senti tu mentre strisci per i muri di questa città come un animale mezzo morto cercando roba insieme alla voglia di ucciderti che hai. No, Navarro, li fuori strisceresti per i muri scaraventandoti nello stridio del metrò. Le rotaie attraggono quando senti che non hai scampo dalla tua scimmia. Navarro, nella tua malattia sei un privilegiato. Non abbiamo scampo tutti e due, non abbiamo una soluzione per vivere in un altro modo e se c'è dovrebbe essere distante da qui, dove il sole possa scaldarci ed asciugare il nostro corpo ed il nostro cervello. Sarebbe già una bella sfida decidere davvero e scegliere un posto per smettere. Un buon posto per smettere. Navarro, una decisione così, presa per bene e li inculiamo tutti: strutture, comunità, assistenti sociali, medici, tutti, Navarro, stan facendo carriera sulla nostra pelle! Il tossico rende. Siamo materiale umano redditizio, serviamo anche agli esperimenti con nuovi farmaci; se ti ricoveri per smettere ti fanno firmare e fai la cavia. No, Navarro, l'unica è smettere da soli. Al sud, al sole. Troppi amici stanno morendo per la roba, per l'aids. Forse anche loro avevano un posto dove smettere nel solaio della loro mente, ma non hanno fatto in tempo ad andarci. Si sono fermati per sempre su una panchina, in silenzio, sugli scalini, dentro ad un cesso, ad un letto, sul metrò, ovunque . In silenzio. Qualcuno non ha fatto nemmeno in tempo a togliersi il laccio. Noi tossici siamo silenziosi e con poco tempo. Siamo portati a pensare di avere tutto il tempo che vogliamo e così rimandiamo facilmente la nostra coscienza e prendiamo finte decisioni, sempre più in là, sempre il prossimo mese, il prossimo anno, il prossimo niente. Navarro, non abbiamo che 2 vantaggio di sapere cosa ci aspetta attraverso tutte le fasi, sapendo che il tempo passa lo stesso ed il corpo si rigenera. Dopo l'aver scalato col metadone o con la roba stessa, tutti i pezzi si reincastrano e ci si può stupire delle memorie che avevamo scordato di avere e delle sensazioni vivide ritrovate e riprese in possesso. Il nostro male si guarisce, si dissolve. La sappiamo questa resa dei conti. Siamo fottuti se non smettiamo. Da quanto tempo non facciamo l'amore? E da quando non giochiamo più e non scherziamo e non proviamo più niente che non abbia a che fare con la roba? lo non ho ancora finito di giocare. Voglio giocare ancora, io! La roba ci scava fuori e dentro. Ci fa vecchi e stanchi ed assomigliamo sempre di più a questa città e sempre meno a noi stessi. Stiamo diventando indifferenti a tutto. Tutto dello stesso colore grigiomerda. Col nostro io appallottolato in fondo a qualche vena tappata e sempre più deboli. No, non possiamo darci in pasto così. Almeno questo atto d'amore ce lo dobbiamo. Vorrai mica andare a produrre mobiletti o artigianato per le comunità terapeutiche?! Sai che bello spalare la merda dei maiali e chiamarti numero 128 e dichiarare che sei felice e fare carriera per riconquistarti il tuo orologio che ti hanno sequestrato insieme ai documenti appena entrato. E la sera, dopo aver lavato 1200 piatti e aver mangiato i prodotti della "nostra terra", quello stare tutti insieme e, come tristi boy‑scouts, battere le mani e cantare la riconoscenza per quel moderno lager dove la spersonalizzazione è la prima allucinante regola. E tutto ben organizzato: c'è anche chi si sostituisce al tuo pensiero. Mettigli in mano a quei bastardi un ragazzo debole e provato dalla roba, impaurito, che magari non si stima più molto ed il prodotto finito sarà un perfetto operaio lobotomizzato e tanto devoto da non volere più tornare nel mondo. E meno perversa la galera, almeno le regole sono chiare. Preferisco la fottuta galera, allora. No, sarebbe proprio uno scorno, Navarro, dopo tutto questo stare male finire in questa specie di succursali della Fiat! t come finire in qualche pensionato per arresi, aspettando che la vita passi ... e loro a fregarsi le mani contenti dei loro buoni investimenti. Il tossico rende, è un buon business. Che rabbia, e che tristezza! Restiamo esseri umani, Navarro, tagliamo la corda. Quando torneremo qui saremo più forti e nessuno ci avrà amministrato un bel niente. Quando tutta questa gente saprà che abbiamo smesso senza il loro controllo ci guarderà con diffidenza e con paura. Schiatteranno di rabbia, non è bello perdere clienti per nessun Muccioli della terra: gli faremo ingoiare i loro badili spalamerda e tutto il resto.

Ci preferirebbero morti ad ingrassare le statistiche, saremmo più comodi che vivi, pensanti e incazzati fuori dal loro controllo. Andiamocene Navarro, abbiamo ancora un pezzetto di noi stessi. Andiamogli in culo».

 

Qui finisce il racconto o il resoconto o il resoracconto o il resoconto reso racconto. Ma, naturalmente, non la resa dei conti. Perciò, ad uso dei naviganti , si offrono tre differenti soluzioni o conclusioni o uscite. Ciascuno scelga la più affine alla sua sensibilità, alle sue voglie, alle sue inclinazioni. 0 ne scelga due o anche tre (il lettore problematico).

 

a)

Navarro si tirò su con una fatica dell'ostia. La testa gli cadeva sul petto, la roba era buona davvero, ma la voglia di alzarsi ancora di più. «Sì, andiamocene. Però subito, perché dopo è troppo tardi, lo sai che da anni viviamo sul lastrico delle buone intenzioni». Parlò sottovoce, non c 5 era bisogno di proclami, eppoi la lingua era ancora impastata, la roba era buona. Vicky si infilò il suo giubbottino quotidiano senza parole, era già una fatica muoversi. Faceva freddo fuori, quando si ritrovarono magicamente in strada. Una voglia pazzesca di tornare in casa. Però la casa era morta, bisognava pur seppellirla. Anzi, che la seppellissero gli altri. «Quanti soldi hai?», chiese Vicky in un sorriso quasi ironico. Navarro si fece serissimo, concentrato come quando maneggiava il suo sax o scaldava la Signora o faceva all'amore. Ispezionò con attenzione tutte le tasche, e ne aveva molte, sapendo che in casa aveva lasciato tanti sudori acidi ma sicuramente non soldi, la sua unica proprietà era il suo corpo, arredi connessi, più il sax che però era da un'altra parte. «Beh, mica tanti.», concluse, «lire quarantaduemila trecentocinquanta, e si notino le cinquanta». «Io c'ho un cento tutto intero», soffiò maliziosamente Vicky, «sai, era per il prossimo round, ma se abbandoniamo la partita ... ». Navarro sorrise. «Maledette donne accumulatrici, per fortuna che ci siete. Quando metterò la testa a partito ti nominerò segretario».

Il sax, bello e lucido, non lo andarono a raccogliere. Intanto, a Giorgio sarebbe rimasto un ricordo sonoro, anzi suonante, eppoi il Cinese non sapeva suonare. Soprattutto bisognava prendere il. treno subito, prima che la voglia diventasse nebbia acida

 

b)

«Già gli siamo andati, in culo», scandì Navarro, quasi fosse uno slogan in una manif , «perché», continuò, «siamo perfettamente, ontologicamente inutili e, quando ci mettiamo, pure dannosi». E, con una piccola smorfia, quasi un sorriso, quasi una ferita, «prima che smetta io, vita mia, gli faccio smettere al Cinese. Come dicevi? Che il Cinese è uno corretto? Un Cinese corretto con il sax, ti regalo per il tuo prossimo noncompleanno, mia dolce Alice». Si girò con un sorriso, o una smorfia, o una ferita. Nel quartiere se ne parlò a lungo. L'opinione che prevaleva era: «mah?». 1 giornali, con il loro noto gusto e quel rabbrividente senso dell'umorismo che li distingue, titolarono: «Il giallo del Cinese», «Lo chiamavano Cinese, chi l'ha ucciso? Siamo in pieno giallo», «Mauro, detto il Cinese: è già giallo» (dove, sia detto tra noi, la cacofonia la vince addirittura sul cattivo gusto). Insomma, 'sto Cinese ‑ in realtà Mauro Agostini o, per dirla meglio e più ufficialmente, Agostini Mauro, nativo di Bruzzano, provincia di Milano, però con gli occhi un po' immandorlati o forse un'epatite pregressa ‑ fu trovato morto nel suo miniappartamento del suo maxiresidence. Una bella botta sulla testa, forse anche due o tre. Finis. Era tornato in polvere, dove non aveva mai smesso di restare. Gli acuti inquirenti hanno parlato di ennesimo morto nella guerra per il controllo della droga nella città, ma non possiedono, purtroppo, altri dati; i giornali si sono dati al folklore, giocando sul nomignolo, "il Cinese", ricordando non solo che era un pregiudicato per spaccio ma anche che in passato aveva posseduto una "Mercedes Pagoda", che adesso girava su un fuoristrada "Toyota" e giù giù nell'umorismo da cortile. Nessuno escludeva lo scopo di rapina, visto che non fu rinvenuto né un grammo né un soldo né un gioiello.

Quelli del quartiere dicono che ridevano, che erano in due, uomo e donna ‑ o al contrario, se si preferisce ‑, e chiacchieravano e ridevano quella mattina presto, che fu trovato morto il Cinese, anzi il signor Mauro Agostini, anzi, Agostini Mauro, pregiudicato.

 

c)

Ma Navarro dormiva, non rispondeva. Vicky si alzò in si lenzio, rimaneva un po' di roba, quella per dopo e Navarro dormiva, non rispondeva, tanto valeva farsela. Non si sarebbe lamentato, Navarro, poi gliene prendeva dell'altra o davvero partivano per il sole, o magari restavano, tanto il sole c'è dappertutto, in giro. Dai verbali di polizia: «Alle ore 21,30 del 12 ottobre del corrente anno, questo Commissariato venne allertato, da parte di persona rimasta anonima e che si definì genericamente "vicino di casa" , che qualcosa di strano o illegale era avvenuto al numero 33 di via De Amicis, nell'alloggio sito al terzo piano, porta destra. Il verbalizzante, brig. Onofrio Gennari, non appena venuto a conoscenza del sospetto di cui alla telefonata, si recò immediatamente sul luogo, in compagnia degli agenti Agostino De Nellis e Fabio Padovan (autista). Poiché nell'alloggio segnalato nessuno rispondeva, nonostante i ripetuti scampanellii e i colpi alla porta (con le nocche della mano) effettuati dal verbalizzante e dagli altri colleghi, si consultò via radio il Commissariato e, di comune accordo, venne deciso di sfondare la porta, che peraltro non oppose alcuna consistente resistenza. Colà entrati, ci ritrovammo in numero due stanze di abitazione, sporche e disordinate ma senza segni apparenti di una precedente colluttazione. Vi giacevano due persone, ormai prive di vita, come il verbalizzante potè riscontrare personalmente e quasi immediatamente. Un uomo, dell'apparente età di anni 25‑30, giaceva riverso su un divano, come se dormisse, accartocciato o, se ci è concesso dirlo, in posizione fetale. Una donna, sicuramente di sesso femminile, dell'apparente età di circa anni 20, era immobilmente seduta su una sedia con il capo reclinato sul tavolo. Più tardi entrambi i soggetti furono identificati e trattasi esattamente di Antonio Ansaldi, di anni 27, detto "Navarro", di professione musicista ma, per quanto risulta a questo Ufficio, nullafacente, con precedenti penali per furto, rapina, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti; e di Vincenza Lamanta, di anni 23, detta 'Ticky", incensurata ma già schedata presso questo stesso Ufficio come prostituta e tossicodipendente. Le salme vennero prontamente trasportate, per i doverosi accertamenti, presso l'Istituto di Medicina Legale, dove, come in atti documentato, venne redatto un certificato di morte, per entrambi, a causa di una ingestione eccessiva, presumibilmente per via endovenosa, di sostanza stupefacente, nella fattispecie eroina. Non avendo riscontrato alcuna evidente traccia di violenza sulle persone o anche sulle cose, il verbalizzante, convenendo così con il giudizio del perito dell'Istituto di Medicina Legale, ritiene di poter affermare che il decesso dei suddetti è dovuto a cause accidentali o ‑naturali", se ciò può dirsi, e più precisamente a sovradose (o overdose) di eroina, senza che vi sia stato dolo da parte di terzi. Nondimeno questo Ufficio sta attivamente indagando per individuare e assicurare alla Giustizia il venditore o i venditori della suddetta sostanza, causa diretta del decesso dei verbalizzati.

Il verbalizzante è convinto di poter fornire entro breve tempo notizie rassicuranti a codesto Ufficio e, intanto, si firma, brig. Onofrio Gennari»

Il Corriere della Sera: «Si sono o li hanno uccisi? Due altri morti per overdose» Il Giorno: «La morte corre nella vena. Due morti» Il Giornale nuovo: «Si muore sempre di droga» La Stampa: «Tragico errore o suicidio? 0 era "roba" tagliata?» La Repubblica: «L'ultimo concerto. Muore per overdose, con la fidanzata, "Navarro", apprezzato sassofonista jazz» Il Manifesto:

«Ciao Navarro. Se tu hai perso, non sarà Bettino a vincere»

Sembra che Beatrice Ferri, detta Bea, reperita e interrogata dal giudice inquirente, dott. Adelmo Gianquinto, abbia dichiarato, fra l'altro: «Ma che suicidio, che roba tagliata, che overdose! t la vita che uccide, cioè l'Orient Express!».



 
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