STANISLAV GROF, SALVADOR ROQUET E LA TERAPIA PSICHEDELICA di Bruno SeveriL'inizio Nel 1938 Albert Hofmann, ricercatore dell’industria farmaceutica Sandoz di Basilea, insieme al Dr. Arthur Stoll, sintetizzò la dietilamide dell’acido lisergico, più comunemente nota come LSD-25 (in seguito solo LSD). Alcuni membri della famiglia dei composti dell’acido lisergico già da diversi anni avevano trovato largo impiego in campo medico per la loro proprietà di favorire le contrazioni uterine durante il parto, di bloccare le emorragie ginecologiche e di alleviare il dolore delle emicranie. Solo casualmente, 5 anni dopo la sua scoperta, il venticinquesimo composto della serie studiata da Albert Hofmann, l’LSD-25, appunto, dimostrò incredibili proprietà psicoattive. Nel 1943, infatti, il ricercatore svizzero inavvertitamente si intossicò dopo essere venuto in contatto con una quantità minimale di LSD che stava studiando. Assunse nei giorni seguenti volontariamente di nuovo l’LSD e gli effetti sulla sua psiche furono oltremodo impressionanti. Hofmann raccontò in un libro divenuto famoso: LSD, il mio bambino difficile, la storia della sua scoperta. La Sandoz decise di condurre una sperimentazione con tutti i crismi della metodologia scientifica. Ne assunse la direzione il Dr. Werner Stoll, della Clinica Psichiatrica di Zurigo figlio di Arthur Stoll. Dopo una sperimentazione con due gruppi di volontari, uno di persone sane, l’altro di pazienti psichiatrici, lo psichiatra giudicò di grande interesse questa nuova sostanza psicoattiva. Stoll pubblicò i risultati della ricerca nel 1947 suscitando enorme interesse nel mondo scientifico e facendo promuovere numerosissime ricerche cliniche e di laboratorio in vari paesi del mondo. (Grof, S.,1980). L’uso terapeutico dell’LSD La comparsa di profonde trasformazioni nei processi mentali ad opera di infinitesime quantità di LSD si rivelò ben presto un’arma molto potente nelle mani degli scienziati per studiare le caratteristiche più profonde della mente umana. Inoltre, questa strabiliante proprietà dell’LSD portò in modo del tutto naturale alla decisione di esplorarne a vasto raggio i potenziali effetti terapeutici. Fu lo scrittore e filosofo Aldous Huxley a preconizzare per primo l’uso delle droghe psichedeliche per lenire sia le sofferenze di alcune gravi malattie, sia il trauma della morte nei malati terminali. Egli stesso ingerì, pochi istanti prima di morire, una dose di LSD, sulla falsariga di quanto aveva scritto in uno dei suoi libri più famosi, “L’Isola”. Fece questo con la speranza di rendere il trapasso un processo più spirituale e meno strettamente fisiologico. Nel 1949, lo psichiatra Max Rinkel condusse, all’ospedale psichiatrico di Boston, una delle prime sperimentazioni con Lsd in campo psichiatrico. Alcuni mesi più tardi lo imitò Nick Bercel, che introdusse la terapia con Lsd a Los Angeles. Nel 1952 Charles Savage pubblicò il primo studio sulla sperimentazione dell’Lsd nel trattamento della depressione. Uno degli aspetti particolarmente utili alla psicoterapia con l’ausilio dell’LSD era che i pazienti parlavano con estrema facilità delle loro difficoltà psichiche, ovvero, mostravano una maggiore disponibilità a raccontare e ad approfondire i loro problemi. Con altri pazienti si ottenevano più rapidi cambiamenti della personalità con la somministrazione di LSD. Nello stesso anno della pubblicazione dell’articolo di W. Stoll, l’agenzia di controspionaggio americana, la CIA, dimostrò subito un interesse immediato per l’LSD tanto da condurre per diversi anni esperimenti segreti, spesso all’insaputa delle persone a cui veniva somministrato. Una delle principali linee di ricerca della CIA fu quella di sfruttarne le proprietà di alterare profondamente la mente delle persone in piccolissima quantità. Questo poteva essere utile se si voleva mettere fuori uso, temporaneamente, gruppi di persone o intere città, immettendo, ad esempio, dell’LSD nei depositi cittadini dell’acqua. Una seconda linea di ricerca fu quella di impiegare l’LSD come siero della verità, per fare confessare prigionieri, disertori, spie nemiche, ecc. Nel 1954 lo psichiatra canadese Humprey Osmond sperimentava il recupero degli alcolisti con la cosiddetta terapia psichedelica a base di LSD. Con questo nuovo approccio terapeutico si assistette, in molti casi, ad una riduzione significativa dei tempi necessari alla cura di varie malattie mentali. Diversi studi dimostrarono l’utilità dell’LSD anche nei confronti di quelle categorie di pazienti che la psicoterapia aveva sempre evitato. Vari gradi di successo furono infatti riportati con pazienti alcolizzati, drogati, psicopatici criminali e persone con gravi deviazioni sessuali. Ad esempio, Savage (1962) su 15 pazienti due con psicosi involutiva furono recuperati; quattro schizofrenici con depressione non ottennero alcun beneficio; cinque pazienti schizoidi con depressione migliorarono notevolmente. Leuner trattò con LSD 54 pazienti 22 dei quali avevano già provato inutilmente diverse forme di terapia. Di questi 54, 19 guarirono o migliorarono notevolmente, 17 ebbero vari gradi di miglioramento. Psicoterapeuti di diverso indirizzo – freudiano, junghiano, esistenzialista, eclettico, comportamentalista, etc - hanno ottenuto buoni risultati (Roquet, 1972). Agli inizi degli anni ‘60 si stimava in 500 il numero dei saggi e degli articoli usciti sull’argomento e in circa 40.000 il numero dei pazienti psichiatrici già trattati col supporto di LSD nei soli Stati Uniti (Canali, S., 2005). Per la rapida ed ampia diffusione a macchia d’olio con cui si propagò in quegli anni l’impiego dell’LSD nella clinica psichiatrica, risulta pertanto chiara l’impossibilità di darne un quadro esauriente in questo nostro studio. Molti nomi di importanti studiosi sono stati necessariamente omessi. Segnaliamo solo, senza scendere in dettagli, l’altra faccia della medaglia. Molti studiosi e psicoterapeuti non hanno mai visto di buon occhio l’uso in campo medico di questa sostanza, altri ne hanno sottolineato l’incostanza e la non riproducibilità dei risultati. Molte ricerche sono state condotte con metodologia approssimativa, senza controlli e con protocolli sperimentali carenti sotto diversi punti di vista. Molti pazienti non ne hanno tratto alcun giovamento, alcuni hanno visto addirittura peggiorare il loro quadro clinico. Diversi studiosi si chiedevano:”Che valore terapeutico può avere una sostanza il cui effetto principale sembra essere quello di indurre un’incontrollabile psicosi sperimentale?”. (in:. Martin A. Lee & Bruce (1985). Shlain: Chapter: Acid Dreams, The Complete Social History of LSD: The CIA, the Sixties, and Beyond. Chpt 2, New York: Grove Weidenfeld. ©). I mass media si sono sbizzarriti all’inverosimile per demonizzare questa presunta piaga dell’umanità. Tante illusioni e tanti miti erano destinati ad essere ridimensionati. L’enorme diffusione che ebbe l’impiego dell’LSD in quegli anni vide anche l’instaurarsi di un nuovo utilizzo. Non più solo medici o psicologi sperimentavano questa sostanza miracolosa, ma anche pittori, scultori, letterati, attori e musicisti divennero ferventi utilizzatori dell’LSD riuscendo con esso ad ottenere spesso una produzione artistica molto più vasta e originale, che proveniva dalle radici più profonde della loro natura creativa (Grof, S.,1980). Da questo ad un suo utilizzo indiscriminato a tutti i livelli sociali e professionali, il passo fu assai breve. Divenne di moda il trip psichedelico con questa ed altre sostanze similari un po’ ovunque: in solitudine, alle feste tra amici, tra i gruppi di artisti, tra i giovanissimi, gli hippies, nelle scuole e nelle università, per strada, etc. Ognuno riteneva di ritrovare la sua natura più profonda e la sua via con qualche milionesimo di grammo di acido. Oppure, come afferma molto più umilmente William Burroughs, autore di Naked Lunch, ed ex drogato, “un fracco di gente per tutta la vita prende le droghe per sentirsi normale”. Nel frattempo era insorta una notevole confusione terminologica nel definire l’LSD ed altre sostanze con effetti identici o simili. Comuni e interscambiabili tra loro erano i termini di allucinogeno (generatore di allucinazioni), psicotomimetico (che simula le psicosi), psicoattivo (che agisce sulla mente), psicodislettico (che distrugge la mente), psicotropo (che modifica la mente), etc. Ognuno di questi termini esprimeva una parte della verità, non tutta. Fu per questo che alcuni eminenti studiosi affrontarono il problema e decisero che il termine più adatto per definire queste sostanze era psichedelico (che manifesta, o apre, la mente). Attualmente è molto in voga anche il termine enteogeno per indicare la capacità di una parte di queste sostanze di aprirci ad una dimensione divina, al trascendente, come vedremo in seguito. Sempre nei primi anni sessanta, il Dr. Erik Kast, della Chicago Medical School, stava sperimentando vari farmaci con effetto analgesico. Volle provare anche l’LSD su malati terminali di cancro ottenendo risultati incoraggianti grazie alla proprietà di quella sostanza di alterare la nostra percezione del corpo e di interferire sulla capacità di mantenere un’attenzione selettiva sulla sensazione del dolore. Oltre a questo sensibile calo nella percezione del dolore, fu notato come i pazienti mostrassero spesso un nuovo atteggiamento nei confronti del prossimo e di se stessi, oltre ad esibire una diminuita preoccupazione nei riguardi del loro imminente triste destino. Altri ricercatori, come Sidney Cohen e Gary Fisher, confermarono con le loro sperimentazioni queste osservazioni sottolineando ancor di più l’aspetto trasformativo dell’LSD sullo stato emotivo dei pazienti. Questi non reagivano più con panico, paura e pena alla morte che li attendeva, ma consideravano il loro prossimo trapasso come un evento del tutto normale, se non necessario all’ordine naturale delle cose. Questo aspetto trasformativo della personalità ebbe una notevole importanza nel campo della psicologia e della psicopatologia della religione. Questo accadde perché alcuni soggetti che avevano sperimentato l’LSD dichiararono di avere avuto, nel corso della seduta psichedelica, una profonda esperienza mistica o religiosa, per moltissimi versi sovrapponibile a quella descritta in ogni tempo nei sacri testi o da veri mistici religiosi di tutte le fedi. Che si tratti di vissuti identici alle estasi mistiche riconosciute o di vissuti solo apparentemente uguali è ancora un problema non risolto (Grof, 1980). Stanislav Grof Sempre nei primi anni sessanta, in Europa, pure il Dr. Stanislav Grof, dell’Istituto di Ricerca Psichiatrica di Praga, conduceva esperimenti per saggiare le potenzialità dell’LSD per la diagnosi e la terapia di pazienti affetti da malattie psichiatriche. Anch’egli notò il fatto che una buona parte delle persone da lui trattate sviluppava esperienze di tipo transpersonale, o spirituale, come processi di morte e rinascita (tipiche delle iniziazioni rituali o spontanee) e di unità cosmica. Grof assistette a frequenti e sconvolgenti miglioramenti del quadro clinico degli ammalati che suggerivano, a suo parere, l’esistenza nella nostra mente di un potente meccanismo terapeutico ancora sconosciuto e che si dimostrava molto più efficace di quelli usati nella psicoterapia convenzionale. Leggiamo nel libro di Grof, L’Incontro con la Morte: “Molti individui che avevano avuto l’esperienza della morte-rinascita, talora unita a sentimenti di unità cosmica, riferirono indipendentemente che il loro atteggiamento verso l’atto del morire e le loro concezioni sulla morte avevano subito drammatici mutamenti. La paura del loro distacco fisiologico era diminuita, essi si erano aperti alla possibilità che la coscienza sopravvivesse alla morte clinica e tendevano a considerare il processo della morte come un’avventura della coscienza piuttosto che un definitivo disastro biologico. Quelli di noi che conducevano questa ricerca furono testimoni, con grande sorpresa, di un processo che aveva singolari somiglianze con l’iniziazione mistica ed implicava vissuti molto simili a quelli descritti nel Libro Tibetano dei Morti o in quello Egiziano”. Grof pensò che un simile profondo cambiamento di coscienza poteva dimostrarsi molto benefico per i morenti, specie per quelli terminali da cancro. Questa idea la poté ampliamente sviluppare nel 1967 negli Stati Uniti dove andò a lavorare presso importanti strutture ospedaliere che già conducevano questo tipo di ricerca. Da quel momento in poi questa missione rivolta verso i morenti rappresentò una linea guida fondamentale della sua vita. Come frutto delle sue indagini sulle esperienze psichedeliche dei malati terminali, Grof ha elaborato una nuova e dirompente teoria sulla genesi dei disturbi psichici. Negli USA Grof fece la conoscenza di studiosi come J. Campbell, A. Maslow, J. Perry, F. Capra etc, che avevano sviluppato interessi, conoscenze e una visione della psiche molto vicini alla sua. Con alcuni di questi, Grof fondò una nuova disciplina che allargava i confini della psicologia allora esistente inserendovi esperienze, di tipo spirituale o estatico, ritenute dai più come espressioni patologiche della psiche. Essi ritenevano invece che rappresentassero momenti di profonda realizzazione soggettiva e che andassero ricercate. A questo nuovo movimento fu dato il nome di Psicologia Transpersonale. Il trattamento terapeutico, per ogni malato di cancro, era suddiviso in tre fasi. La prima era di preparazione del malato con colloqui nel corso dei quali si spiegava la natura dell’esperimento e si cercava di aprire un canale di comunicazione e di fiducia tra lui e lo psicoterapeuta. Questa fase si protraeva per due o tre settimane. In questa fase il terapista esplorava anche la vita passata del paziente cercando di individuare e di rimuovere tutti i possibili ostacoli psicologici e profondi che potevano essere d’ostacolo per il buon fine dell’imminente prova psichedelica. In questo periodo preparatorio si cercava di indagare anche sugli orientamenti filosofici e religiosi del paziente per la forte probabilità che la sessione psichedelica si incentrasse principalmente su questioni di questo tipo. Nell’ultimo incontro, il terapista descriveva la natura dell’effetto dell’LSD e lo spettro di esperienze che potevano scaturirne. In particolare, invitava il paziente ad avere fiducia e a lasciarsi andare, senza paure, vivendo il più intensamente possibile l’esperienza psichedelica. Nella seconda fase si somministrava l’LSD o la dipropiltriptamina (DPT) ed il paziente era seguito durante tutto l’esperimento da uno psicoterapeuta e da un suo assistente. Il paziente era sdraiato per tutta la sessione, con gli occhi chiusi ed ascoltava musica. Era incoraggiato ad affrontare tutto ciò che emergeva durante tutta la sessione, a sperimentarlo in modo totale e ad esprimerlo. La combinazione droga psichedelica-musica è risultata molto importante in quanto “aggiunge nuove dimensioni all’esperienza psichedelica. Attiva varie emozioni profonde, aiuta i soggetti ad uscire dalle difese psicologiche e provoca un aumentato senso di continuità durante i vari stati di coscienza che si succedono nella sessione. Spesso è possibile influenzare il contenuto ed il corso dell’esperienza con una particolare scelta della musica”. Gli effetti principali del DPT si protraevano per 4-5 ore, mentre quelli dell’LSD per 8-12 ore. La terza fase, nei giorni seguenti, comprendeva una serie di colloqui con i quali si cercava di facilitare l’integrazione delle esperienze psichedeliche nella vita dell’ammalato. Se l’esito dell’esperienza psichedelica era risultato positivo, non si ripeteva la prova. Solo con esito non soddisfacente si poteva ripetere una seconda volta la somministrazione del composto psichedelico. Fu ben presto chiaro che la maggioranza dei pazienti traeva significativi vantaggi da questa nuova tecnica terapeutica. Spesso essi vivevano esperienze talmente profonde e trasformative che la loro vita ne era radicalmente sconvolta. I vecchi ideali erano in genere sostituiti da nuovi valori, si prestava più attenzione ai sentimenti ed ai problemi del prossimo, si acquisiva una mentalità maggiormente spirituale ed olistica, i punti di riferimento non erano più gli stessi. I vecchi rancori venivano rimossi o stemperati e, cosa ancora più importante, la morte non faceva più paura. Gli stati di depressione, di ansietà e sofferenza tipici degli ammalati terminali erano in genere notevolmente ridotti. Alla precedente disperazione si sostituiva con grande frequenza un senso di pace e di accettazione serena del proprio destino. Grof trattò in questo modo più di un centinaio di pazienti terminali fino a quando, verso la fine degli anni settanta del secolo scorso, il governo americano vietò l’uso dell’LSD e sostanze simili in tutti i settori della terapia e della ricerca, seguito a ruota dagli altri paesi occidentali. La ragione di questo atteggiamento estremamente ostile verso l’LSD è da imputare in buona parte al fatto che questa sostanza era divenuta il simbolo della contestazione giovanile, del movimento hippie, di una utopistica e indefinita controcultura. Inoltre, il suo impiego non era più limitato ad una ristretta cerchia di ricercatori e di terapeuti, ma quasi ogni giovane, se lo avesse voluto, poteva procurarsene una dose con estrema facilità. E l’America non poteva permettere che il mondo giovanile potesse uscire, oltre ragionevoli limiti, dai binari della ortodossia allora imperante. Questa brusca virata del governo americano rappresentò un durissimo colpo per lo studioso che con tanto entusiasmo si era dedicato ad alleviare le sofferenze dei morenti. Colpo che fu in parte rimediato da una nuova tecnica, la respirazione olotropica, che Grof introdusse come sostitutivo dell’LSD e che, a suo parere, risultava essere ancora più efficace. Ma questa è un’altra storia. Meccanismo d'azione dell’LSD Occorre suddividere l’effetto terapeutico dell’LSD in due filoni principali. Il primo riguarda l’azione sul dolore fisico. Si è concordi nel ritenere che il dolore fisico abbia da un lato una componente neurofisiologica, ossia il dolore fisico vero e proprio. Dall’altro lato, esiste una componente, non meno importante, di natura psicologica. L’LSD sembra avere un’azione specifica per questa seconda componente del dolore, ossia modificando il modo con cui percepiamo ed elaboriamo la sensazione dolorosa. Inoltre, si è visto che l’LSD sposta notevolmente l’attenzione dalla sensazione dolorosa vera e propria a quel mondo che viene vivificato e portato alla coscienza del paziente in maniera così dirompente, come sarà spiegato con più dettagli più avanti. Poi esiste l’ampio settore degli effetti terapeutici dell’LSD sulle psicopatologie. Si è concordi nel ritenere che il successo nella psicoterapia con l’LSD dipenda in maniera prevalente da fattori di natura non farmacologica. La droga stessa è considerata come una sorta di catalizzatore che attiva profondi processi inconsci in un modo del tutto aspecifico. Il fatto che il materiale inconscio emergente abbia una valenza terapeutica o, al contrario, distruttiva non è condizionato solo dall’azione biochimica e fisiologica dell’LSD, ma dipende da un numero di variabili che possiamo sommarizzare come segue: struttura della personalità del soggetto, rapporto con la persona che funziona come guida alla seduta, le altre persone eventualmente presenti, la natura e la profondità del supporto psicologico e, più in generale, dalle condizioni di set e setting in opera in ogni singolo caso. Questo non significa che non sia possibile beneficiare degli effetti dell’LSD in una sessione non strutturata psicologicamente, ma che gli eventuali risultati positivi sono troppo imprevedibili e non gestibili con sicurezza. La capacità dell’LSD di approfondire, intensificare ed accelerare il processo psicoterapeutico è nettamente superiore a quello di qualsiasi altra sostanza impiegata normalmente come coadiuvante della psicoterapia, fatta eccezione probabilmente per altri psichedelici come la psilocibina, la mescalina, l’ibogaina, l’MDA e la DPT. Vissuti della seduta psichedelica secondo Grof Questa prolungata ed intensa esperienza con i malati terminali trattati con LSD o DPT ha permesso a Stanislav Grof di riconoscere nelle esperienze psichedeliche delle fasi che sembrano manifestarsi con una certa regolarità. Le fasi tipiche di una completa esperienza con LSD per Grof sono quattro, ma a seconda dei casi possono essere saltate una, due o tre di esse. Descriviamole in ordine di comparsa. 1- Esperienze astratte ed estetiche Si tratta di vissuti allucinatori che compaiono nelle prime fasi della seduta psichedelica. Essi sono caratterizzati da distorsioni della percezione della realtà, da immagini ed altre percezioni del tutto fantastiche e spesso di una bellezza indescrivibile. Si possono vedere immagini geometriche e colorate che cambiano velocissimamente di forma (caleidoscopiche), o di immagini più realistiche spesso anch’esse in rapida trasformazione. Questa fase è di solito di breve durata, solo raramente può durare per tutta la seduta, ma può anche mancare del tutto. A parte il senso di meraviglia che queste immagini possono destare ed al bel ricordo che permane, non sembrano avere alcun significativo effetto terapeutico. 2- Esperienze psicodinamiche Si tratta dell’elaborazione di materiale biografico che riflette emotivamente situazioni importanti del passato lontano o recente di una persona. In genere si ricordano molto intensamente, o si rivivono, momenti del nostro passato che possono avere una forte valenza emotiva e che sono stati rimossi dalla coscienza, specie quelli più spiacevoli e dolorosi. Ci possono essere ricordi piacevoli o traumatici della nostra infanzia, realizzazioni di sogni ed ambizioni mai concretizzati, o complesse mescolanze di realtà e di fantasia. Questo rivivere eventi importanti o traumatizzanti del nostro passato può sciogliere tensioni, blocchi e sintomi nevrotici sepolti da tempo nel nostro inconscio. Può inoltre sbloccare motivi di tensione o di incomprensione tra noi ed i nostri amici e parenti permettendoci di avviarci verso la nostra morte con l’animo in pace e libero da rimorsi o conti in sospeso. Si può dire che la terapia psichedelica con malati terminali che sperimentano questa fase della terapia psichedelica manifesti spesso effetti molto benefici, sia temporanei che duraturi, che alleviano la depressione, la tensione e lo stato di ansietà. A ciò si aggiunga l’effetto sul dolore fisico: “Gravi sofferenze fisiche che non avevano risposto a forti narcotici erano talora mitigate o addirittura scomparivano come risultato di una sessione prevalentemente psicodinamica”, ci rammenta Grof (Grof, S. & Halifax, J., 1977; Grof, S., 1980). 3- Esperienze perinatali In questa terza fase, il soggetto va incontro ad esperienze molto drammatiche che lo mettono in stretto rapporto con processi di morte e di rinascita molto realisticamente vissuti. Malattia, sofferenza, decadenza ed infine la morte rappresentano i temi di fondo di questa fase. Ad essi può far seguito l’aprirsi di una dimensione religiosa e spirituale che trascende la dimensione caduca dell’essere umano. Molti soggetti equiparano queste sensazioni e questi vissuti alle circostanze della propria nascita, così come le sensazioni fisiche (dolore, senso di oppressione, di soffocamento, tremiti, etc) che si accompagnano ai vissuti di questa fase. I soggetti possono assumere posizioni corporee e comportamenti che hanno molte somiglianze con quelli di un bambino durante le varie fasi del parto. In questa chiave di lettura la morte corrisponde al momento del parto con tutte le sofferenze e le incognite che il bambino deve affrontare prima e durante l’uscita alla luce. La rinascita simbolicamente corrisponde al momento in cui il bambino vede la luce e si libera dal dolore e dalle innumerevoli difficoltà del parto. Dice Grof:: “L’affrontare l’esperienza di morte-rinascita in una sessione psichedelica ha un’influenza molto profonda sul concetto individuale della morte e dell’agonia. Questa esperienza è in genere così realistica da essere percepita come sperimentalmente identica al distacco biologico vero e proprio. I soggetti tornano dalle sessioni perinatali con l’assoluta certezza di avere affrontato l’ultima crisi e raggiunto una profonda intuizione sulla natura della morte e del morire. Questa esperienza viene allora usata come un nuovo modello per il loro effettivo incontro con la morte in futuro”. A questi sentimenti di morte fanno sempre seguito esperienze di rinascita, di un affacciarsi spiritualmente più evoluti ad una nuova vita. Ciò apre la consapevolezza che la morte fisica non rappresenti la fine di tutto, bensì un mezzo per entrare in una nuova dimensione che non appartiene a questo mondo. Succede che queste profonde esperienze trasformino in modo radicale la vita del paziente ed il suo modo di concepire la realtà. Rinasce letteralmente ad una nuova vita. Egli ne può uscire del tutto trasformato, un altro uomo o un’altra donna, con nuovi valori e nuovi ideali. E sotto questa nuova luce, succede spesso che il timore della morte sia in buona parte o del tutto abolito (Grof, S. & Halifax, J., 1977; Grof, S., 1980). 4- Esperienze transpersonali In questa fase il soggetto ha la sensazione "…che la sua coscienza si sia espansa oltre i consueti limiti dell’ego e che abbia trasceso i confini del tempo e dello spazio”. Può pertanto fondersi o sentirsi unito con tutti gli altri individui, con tutto l’universo o può identificarsi con un altro essere vivente, animale o persona. Si può, inoltre, avere la sensazione di regredire a momenti della propria vita fetale, allo stadio di uovo o spermatozoo, addirittura a vite precedenti. Può avere delle esperienze ESP come la bilocazione, la telepatia, la precognizione, o di compiere viaggi nello spazio (OBE) e nel tempo. Si può sperimentare molto realisticamente l’incontro con esseri umani defunti o con entità spirituali, divinità e demoni. “Nelle forme estreme la coscienza individuale sembra abbracciare la totalità dell'esistenza e identificarsi con la mente universale. L'ultima di tutte le esperienze appare essere il Vuoto, il misterioso vuoto primordiale, il nulla che contiene ogni esistenza in forma germinale” (Grof, s. & Halifax, J., 1977). Chi raggiunge questa fase dell’esperienza psichedelica parla, a seconda del suo background culturale e delle sue tendenze intellettuali, di dissoluzione dell’io e di successiva unità cosmica, di unio mystica, di misterium tremendum, di coscienza cosmica, di unione con Dio, con l’Atman-Brahman, di satori, samadhi, moksha, o di armonia delle sfere (Grof, S. & Halifax, J., 1977; Grof, S., 1980). Il fatto di perdere di vista i confini del proprio io e del proprio corpo per identificarsi con qualcosa che ci trascende porta a considerare la nostra esistenza come un fatto del tutto trascurabile nel contesto della vita universale. Ed è per questa ragione che l’attivazione dell’area transpersonale nei morenti può avere importanti conseguenze per il loro concetto della morte ed il loro atteggiamento conseguente verso di essa. La visione stessa della morte cambia radicalmente, al punto di essere concepita come una transizione, un passaggio ad un altro livello o forma di esistenza, non un qualcosa di definitivo e senza futuro. Discussione Come già accennato, l’opera di Stanislav Grof in aiuto ai malati terminali subì un brusco arresto con l’introduzione di nuove leggi restrittive sull’uso delle sostanze psichedeliche. Programmi di ricerca già avviati da anni o percorsi terapeutici che miravano a lenire le sofferenze più tragiche che una persona possa mai incontrare, sono stati bloccati dalla sera alla mattina. Sui risultati ottenuti da vari ricercatori, e da Grof in particolare, sull’uso dell’LSD nei malati terminali si potrà discutere all’infinito e si potranno avere riserve di vario ordine sull’uso terapeutico di sostanze psichedeliche. In realtà, molti di questi atteggiamenti ostili trovano una spiegazione sul largo ed improprio uso del termine droga, equiparando famiglie di sostanze che non hanno alcun o pochi rapporti l’una con l’altra. Infine, la cattiva fama di cui è rivestita l’LSD è legata più al cattivo uso che si fa normalmente di questa sostanza, che alla sua effettiva negatività. L’impiego dell’LSD negli ospedali per alleviare il dolore degli ammalati può avere un significato molto positivo, mentre un senso completamente diverso può avere il suo impiego clandestino tra i giovani all’uscita di una balera di periferia al sabato sera o in un angolo appartato di un’area degradata di una città qualsiasi. Salvator Roquet Si tramanda da tempo immemorabile un’usanza degli indigeni della zona di Oaxaca (Messico) piuttosto insolita. Una specie di confessione pubblica che certe persone facevano dopo avere assunto una mistura di sostanze allucinogene naturali. La lingua si scioglieva, dicevano le cose peggiori di questo mondo, ed alla fine trovavano sollievo dai loro problemi esistenziali grazie a questa specie di stregoneria. Dopo avere rivelato i suoi conflitti e confessato le sue colpe più gravi, il bevitore si sentiva liberato ottenendo una specie di catarsi. Alcune decine di anni fa, uno psichiatra messicano, Salvador Roquet, ebbe l’idea originale di riproporre questa tecnica antica fondendola con le conoscenze psicoanalitiche occidentali. Sembra che questa idea gli sia venuta dopo avere assistito ad una seduta psichedelico-divinatoria della mitica Maria Sabina, la sciamana mazateca che per prima mostrò ad alcuni studiosi occidentali le tecniche sciamaniche dell’antico Messico. Da tale maestra Roquet fu iniziato all’impiego delle sacre piante. Nel 1967, a Città del Messico, lo psichiatra messicano portò a termine la prima sessione di terapia psichedelica. Vediamone i caratteri generali con le sue parole: “Non si trattava di ripetere ciò che tanti e valenti studiosi avevano già fatto, bensì si trattava di utilizzare le ricchissime possibilità che offriva l’etnobotanica del mio paese, assimilando ed integrando pratiche indigene millenarie alla scienza psichiatrica, con il rispetto che entrambe meritano”. Si ritiene che Roquet lavorò con oltre 1.700 pazienti ottenendo risultati positivi nell’85 per cento dei casi. Questo significa avere notevolmente migliorato le percentuali ottenute dalla psichiatria classica ed a costi estremamente più bassi. Come abbiamo visto, diversi studiosi sperimentavano in quegli anni gli allucinogeni sintetici a scopi terapeutici. Roguet, al contrario, basava la sua terapia sulle sostanze naturali utilizzate dagli sciamani del suo paese: foglie di Ska pastora (Salvia divinorum), semi di ololiuqui (Rivea corimbosa e Ipomea Violacea), funghi psicoattivi (Psilocybe mexicana, Psilocybe caerulescens e Stropharia cubensis), peyote (Lophophora williamsii), toloache (Datura inoxiae), ayahuasca (Banisteriopsis caapi o Banisteriopsis inebrians unitamente a foglie di Psychotria viridis). La differenza sostanziale tra i due approcci terapeutici consiste principalmente nel fatto che mentre i ricercatori occidentali utilizzavano esclusivamente gli alcaloidi sintetizzati chimicamente dalle piante, Roquet impiegava, in aggiunta a questi, gli alcaloidi estratti direttamente dalle piante. Questo permetteva di avere nella pozione psichedelica una gamma di alcaloidi molto più ampia, una parte dei quali ha effetti che sono in buona parte ancora sconosciuti. Oltre alle tecniche psichiatriche convenzionali, Roquet ricorreva a quelle di tipo sciamanico ed energetico. Ogni paziente doveva sottoporsi ad almeno 12 sedute collettive in un anno. Il tipo di droga che veniva somministrata a ciascun paziente variava in ogni seduta a seconda della fase terapeutica e dei progressi conseguiti. Come regola generale si iniziava con psichedelici poveri in allucinazioni, ma ricchi in vissuti ed associazioni, come i semi di ololiuqui e l’MDMA. Nella fasi successive si usava in genere una combinazione di potenza intermedia, come la ketamina, per arrivare alla fine del ciclo di sedute alle sostanze con maggiori proprietà allucinatorie come il peyote, l’ayahuasca, i funghi e l’LSD. Indipendentemente dal tipo di droghe impiegato, le sedute stesse avevano un forte carattere allucinante. Esse duravano mediamente 22 ore nel cui corso un gruppo eterogeneo da 15 a 35 persone di età compresa tra i 15 e gli 80 anni ottenevano una specie di catarsi collettiva sotto la guida dello stesso Roquet e dei suoi assistenti. Ricordiamo che la risposta alle sostanze psichedeliche ha un forte carattere individuale e non esiste alcun modo per prevedere quale sarà l’effetto per ogni persona. La seduta è fortemente condizionata dal set e dal setting (le particolarità dell’individuo e la situazione umana ed ambientale nel luogo). Nonostante questo, sembrano esistere alcune fasi della seduta ricorrenti con una certa regolarità. Secondo Roquet (1972), l’intera esperienza psichedelica si sviluppa in 4 fasi, anche se non sempre si possono sperimentare, nella stessa seduta, tutte e quattro. Nella prima fase assistiamo a distorsioni percettive di scarsa importanza. Nella seconda si possono avere delle esperienze di tipo mistico, oppure si possono presentare alla mente delle fantasie, talora molto piacevoli. In questa fase, però, manca il raggiungimento di qualsiasi effetto terapeutico. Nella terza fase si presenta uno stato di ansietà esistenziale a cui si accompagna il presentarsi di ricordi infantili, di preoccupazione per la morte vista come imminente, ed uno stato di abreazione e di catarsi profonde. La quarta fase è quella più profonda e si manifesta con esperienze di morte e di rinascita sconvolgenti, si perdono nello stesso tempo tutti i punti di riferimento precedenti e si produce nella nostra mente una riorganizzazione del tutto nuova ed originale. Secondo Roquet solo il quarto stadio dell’intera esperienza psichedelica propone esperienze veramente mistiche e trasformative per la nostra vita, tali da risolvere drasticamente gli antichi problemi che tormentavano la nostra psiche. L’attività del Dr. Roquet fu interrotta bruscamente nel 1974 quando la sua clinica venne chiusa a forza dalla polizia e lo stesso Roquet ed i suoi collaboratori incarcerati. Solo dopo nove mesi di proteste popolari e l’intervento di insigni studiosi statunitensi a favore dello psichiatra messicano, fu ottenuta la scarcerazione. L’attività medica del Dr. Roquet, da quel momento, dovette seguire percorsi diversi. Roquet sintetizza i momenti fondamentali dell’esperienza psichedelica con queste tappe: quella della pazzia, quella della morte, del nulla, dell’unione con Dio o tappa mistica, e la rinascita. (Roquet, S., 1981). Bibliografia Burroughs, W. The Naked Lunch. Picador, USA Canali, S. in http://www.fuoriluogo.it/index.htm Grof, S. and Halifax, J. (1977) The Human Encounter with Death. E. P. Dutton, New York Grof, S. (1980). LSD Psychotherapy. Hunter House Publishers, Alameda, California. Hofmann, A. (1995). LSD, il mio bambino difficile. Urra, Apogeo, Milano. Leuner, H. in:”Hallucinogenic Drugs and their psychotherapeutic Use“. R. Crocket et al., p. 67, Lewis, Loondon. Martin A. Lee & Bruce (1985). Shlain: Chapter: Acid Dreams, The Complete Social History of LSD: The CIA, the Sixties, and Beyond. Chpt 2, New York: Grove Weidenfeld. ©. Roquet, S. (1972). Operación Mazateca, Asociación Albert Schweitzer, México. Roquet, S. & Favreau, P. (1981). Los alucinógenos: de la concepción indígena a una nueva psicoterapia, Ed. Prisma, México,. Savage, C. (1962) American J. Psychiat, 10, 896. Stoll. W. A. (1947). LysergsRure-dilthylamid: ein Phantastikum aus der Mutterkorngruppe. Schweiz. Arch. f. Neurol. u. Psychiat.
|