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I paradisi artificiali - C. Baudelaire
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I PARADISI ARTIFICIALI
di Charles Baudelaire

OPPIO E HASCISC

(1860)

A

J. G. F.

Mia cara amica,

Il buon senso ci dice quanto labili siano le cose della terra e che la vera realtà vive solo nei sogni. Per digerire la felicità naturale, come l'artificiale, occorre prima di tutto avere il coraggio di ingoiarla, e quelli che forse meriterebbero la felicità, sono proprio coloro ai quali lo stato di beatitudine, così come la concepiscono i mortali, ha sempre fatto l'effetto di un emetico.

A delle anime sciocche apparirà strano e anche insolente che un quadro di voluttà artificiali sia dedicato a una donna, la più comune sorgente delle più naturali voluttà. Tuttavia è evidente che come il mondo naturale irrompe in quello spirituale, gli serve da nutrimento, e concorre così a operare quell'indefinibile amalgama che noi chiamiamo la nostra individualità, così la donna è l'essere che proietta la più ampia ombra o la più ampia luce nei nostri sogni. La donna è fatalmente suggestiva; vive di un'altra vita più che della propria; vive spiritualmente nelle fantasie che abita e feconda.

D'altronde poco importa che la ragione di questa dedica venga capita. È poi così necessario, per il godimento dell'autore, che un libro qualsiasi sia capito, se non da quello o da quella per cui è stato scritto? Per concludere, infine, è così indispensabile che sia stato scritto per qualcuno? Per quanto mi riguarda, sono così poco preso dal gusto per il mondo vivente che, simile a quelle donne sensibili e oziose che spediscono, si dice, per posta, le loro confidenze ad amici immaginari, volentieri scriverei soltanto per i morti.

Ma non è a una morta che dedico questo piccolo libro, bensì a una che, pur malata, è sempre attiva e viva in me, e che ora volge tutti i suoi sguardi al cielo, luogo di tutte le trasfigurazioni. Perché l'essere umano gode di questo privilegio, di poter impadronirsi di nuove e sottili gioie anche dal dolore, dalla catastrofe e dalla fatalità così come le trae da una temibile droga.

In questo quadro scorgerai un viandante fosco e solitario, immerso nel fluire oscillante delle moltitudini, che volge il cuore e il pensiero a un'Elettra lontana che un tempo asciugava la sua fronte bagnata di sudore e rinfrescava le sue labbra scosse dalla febbre; e tu indovinerai la gratitudine di un altro Oreste di cui spesso hai vigilato gli incubi, e del quale dissipavi, con mano leggera e materna, lo spaventoso sonno.

C.B.

IL POEMA DELL'HASCISC

I • IL GUSTO DELL'INFINITO

Coloro che sono capaci di osservare se stessi e conservano la memoria delle loro impressioni, coloro che hanno saputo, come Hoffmann, costruire il loro barometro spirituale, hanno, avuto a volte l'occasione di notare-nell'osservatorio del loro pensiero-belle stagioni, felici giornate, deliziosi minuti. Ci sono giorni in cui l'uomo si desta con un genio vergine e vigoroso. Liberate da poco le palpebre dal sonno che le sigillava, il mondo esterno gli si staglia in un potente bassorilievo, in una lucidità di contorni, in una ricchezza di colori mirabili. Il mondo morale schiude le sue vaste prospettive piene di nuove trasparenze. L'uomo, gratificato da questo stato di grazia, purtroppo raro e fuggitivo, si sente nello stesso tempo più artista e più giusto, più nobile, per dirlo in una sola parola. Ma ciò che vi è di più singolare in questo stato eccezionale dello spirito e dei sensi, che posso senza esagerazione definire paradisiaco, se lo confronto con le pesanti tenebre dell'esistenza comune e giornaliera, è che non è stato generato da alcuna causa ben visibile e facile da definire. È il risultato di una buona regola di vita e di una disciplina da saggio? Questa è la prima spiegazione che si offre alla mente, ma siamo obbligati a riconoscere che spesso questa meraviglia, questa sorta di prodigio, si presenta come se fosse l'effetto di un potere superiore e invisibile, esterno all'uomo, dopo un periodo in cui questi ha abusato delle proprie facoltà fisiche. La chiameremo ricompensa dell'assidua preghiera e degli ardori spirituali? È certo che una costante elevazione del desiderio, una tensione delle forze spirituali verso il cielo, sarebbe la disciplina più adatta a creare questa salute morale, così prorompente e gloriosa; ma in virtù di quale legge assurda essa si manifesta a volte dopo colpevoli orge dell'immaginazione, dopo un abuso capzioso della ragione, che sta al suo uso onesto e ragionevole come i movimenti dello sollevamento alla sana ginnastica? Perciò preferisco considerare questa condizione anomala dello spirito come una vera e propria grazia, come uno specchio magico in cui l'uomo è invitato a vedersi abbellito, cioè come dovrebbe e potrebbe essere; una specie di eccitazione angelica, un richiamo all'ordine sotto forma di ossequio. Ugualmente, una certa scuola spiritualistica, che ha i suoi rappresentanti in Inghilterra e in America, considera i fenomeni soprannaturali, come le apparizioni dei fantasmi, gli spiriti, ecc., quali manifestazioni della volontà divina, tesa a ridestare nello spirito dell'uomo il ricordo di realtà invisibili.

D'altra parte, questo stato seducente e singolare, dove tutte le forze trovano equilibrio, dove l'immaginazione, quantunque meravigliosamente gagliarda, non trascina al suo seguito il senso morale in pericolose avventure, dove una sensibilità raffinata non è più torturata da nervi malati, questi consiglieri ordinari del crimine e della disperazione, questo prodigioso stato di grazia, dico, non possiede sintomi premonitori. È tanto imprevedibile quanto il fantasma. È una sorta di ossessione, ma un'ossessione intermittente, dalla quale dovremmo trarre, se fossimo saggi, la certezza di un'esistenza migliore e la speranza di attingervi con l'esercizio giornaliero della nostra volontà. Tale acutezza del pensiero, tale entusiasmo dei sensi e dello spirito, si sono sempre presentati all'uomo come il primo dei beni; e per questo, considerando solo la voluttà immediata, senza preoccuparsi di violare le leggi del proprio essere, egli ha cercato, nella scienza fisica, nella farmaceutica, nei più grossolani liquori, nei più sottili profumi, sotto tutti i climi e in ogni tempo, i mezzi per fuggire, non fosse altro che per qualche ora, dalla propria gabbia di fango e, come si esprime l'autore di Lazare: «di conquistare il paradiso al primo assalto». Ahimè! i vizi dell'uomo, per quanto pieni d'orrore li si pensi, contengono la prova (non fosse altro che per la loro infinita espansione!) del suo gusto per l'infinito; ma è un gusto che spesso perde l'orientamento. Si potrebbe interpretare in senso metaforico il noto proverbio: Tutte le strade portano a Roma e applicarlo al mondo morale; tutto porta alla ricompensa o al castigo, due forme dell'eternità. Lo spirito umano rigurgita di passioni, ne ha da vendere, per servirmi di un'altra locuzione triviale; ma questo infelice spirito, la cui naturale depravazione è grande quanto la sua improvvisa attitudine, quasi esagerata, alla carità e alle più ardue virtù, è fecondo di paradossi che gli permettono di impiegare per il male l'eccesso di questa traboccante passione. Non crede mai di vendersi in blocco. Nella sua infatuazione dimentica che entra in competizione con uno più scaltro e più forte di lui, e che lo Spirito del Male, se gli si dà anche un solo capello, non tarda a impadronirsi della testa. Questo signore visibile della natura visibile (parlo dell'uomo) ha voluto, dunque, creare il paradiso con le sostanze farmaceutiche, con le bevande fermentate, simile a un folle che sostituirebbe mobili solidi e veri giardini con scenari dipinti su tela e montati su telai. È in questa corruzione del senso dell'infinito che si trova, secondo me, la ragione di tutti gli eccessi colpevoli, dall'ebbrezza solitaria e assorta dell'uomo di lettere, che, obbligato a cercare nell'oppio un sollievo a un dolore fisico, e avendo così scoperto una fonte di morbidi piaceri, ne ha fatto a poco a poco la sua unica regola di vita e quasi il sole della sua vita spirituale, fino all'ubriachezza più disgustosa dei sobborghi, che col cervello pieno di fiamme e di gloria, si rotola comicamente nel! L'immondizia della strada. Tra le droghe più indicate a creare ciò che chiamo l'Ideale artificiale, eliminati i liquori, che spingono in fretta al furore materiale e annientano la forza spirituale, e i profumi, il cui uso eccessivo, pur rendendo più sottile l'immaginazione dell'uomo, snerva gradualmente le sue forze fisiche, le due sostanze più energiche, quelle il cui uso è più comodo, e più a portata di mano, sono l'hascisc e l'oppio. Argomento di questo studio è l'analisi dei misteriosi effetti e dei morbosi godimenti che queste droghe possono generare, degli inevitabili castighi che derivano dal loro uso prolungato, e infine della stessa immoralità insita nello sforzo di raggiungere un falso ideale.

Il lavoro sull'oppio è già stato fatto, e in modo così eccezionale, medico e poetico allo stesso tempo, che non oserei aggiungere nulla. Mi accontenterò, dunque, in un ulteriore studio, di analizzare questo incomparabile libro, che non è mai stato tradotto completamente in Francia. L'autore, uomo famoso, di possente e raffinata immaginazione, oggi appartato e silenzioso, ha osato, con tragico candore, narrare i godimenti e le torture che ha trovato una volta nell'oppio, e la parte più drammatica del libro è quella in cui si parla dei sovrumani sforzi di volontà che ha dovuto mettere in atto per sfuggire alla dannazione cui s'era egli stesso imprudentemente votato.

Oggi parlerò solo dell'hascisc, e ne parlerò seguendo numerose e minuziose indicazioni, prese da appunti o confidenze di uomini intelligenti che vi si erano a lungo dedicati. Soltanto, unirò questi variegati documenti in una specie di monografia, scegliendo un'anima, facile in ogni caso a essere interpretata e definita, quale tipo adatto alle esperienze di questa natura.

II • CHE COS'E L'HASCISC?

I racconti di Marco Polo di cui a torto ci si è burlati, come quelli di qualche altro antico viaggiatore, sono stati confermati dagli studiosi e meritano la nostra fede. Non starò a raccontare, dopo di lui, come il Vecchio della Montagna imprigionasse in un giardino pieno di delizie, dopo averli inebriati d'hascisc (da cui Hasciscin o Assassini), quelli tra i suoi più giovani discepoli a cui voleva dare un'idea del paradiso, ricompensa intravista, per così dire, di un'obbedienza passiva e cieca. Il lettore, perciò che ha attinenza con la società segreta degli Assassini, può consultare il libro di M. De Hammer e la memoria di M. Silvestre de Sacy, contenuta nel XVI tomo delle Memoires de l'Académie des Inscriptions et Belles-Lettres e, per l'etimologia della parola assassino, la di lui lettera al redattore del Moniteur, che si trova nel numero 359 dell'anno 1809. Erodoto racconta che gli Sciti ammassavano chicchi di canapa su cui gettavano pietre rese roventi dal fuoco. Per loro era come un bagno di vapore più profumato di qualsiasi bagno termale greco, e il godimento era così vivo che strappava grida di gioia.

L'hascisc, infatti, ci giunge dall'Oriente; le proprietà eccitanti della canapa erano molto conosciute nell'antico Egitto, e il suo uso è molto diffuso, sotto nomi diversi, in India, in Algeria S e nell'Arabia Felice. Ma presso di noi, sotto i nostri occhi, abbiamo curiosi esempi di ebbrezza dovuta a esalazioni vegetali. Senza parlare dei bambini che, dopo aver giocato e essersi rotolati sui mucchi d'erba medica appena falciati, provano spesso strane vertigini, è risaputo che, quando si raccoglie la canapa, i lavoratori, maschi e femmine, subiscono analoghi effetti; si direbbe che la messe esali un miasma che turba con malizia il loro cervello. La testa del mietitore è piena di vortici, qualche volta carica di sogni. In certi momenti, le membra si indeboliscono e rifiutano il lavoro. Abbiamo sentito parlare di crisi di sonnambulismo, abbastanza frequenti nei contadini russi, da addebitarsi, si dice, all'uso dell'olio di canapa nella preparazioni degli alimenti. Chi ignora le stravaganze delle galline che hanno mangiato semi di canapa e il focoso entusiasmo dei cavalli, che i contadini, nelle nozze e nelle feste patronali, preparano a una corsa paesana con una razione di canapa, talvolta innaffiata di vino?

La canapa francese, tuttavia, non è adatta a trasformarsi in hascisc, o almeno è incapace, dopo ripetute esperienze, di offrire una droga potente come l'hascisc. L'hascisc, o canapa indiana, Cannabis indica, è una pianta della famiglia delle urticacee in tutto simile alla canapa dei nostri climi, tranne che nell'altezza. Ha delle proprietà inebrianti veramente straordinarie, che in Francia hanno attirato, da alcuni anni, l'attenzione degli studiosi e degli uomini di mondo. È più o meno apprezzato, secondo la diversa provenienza; quello del Bengala è il più stimato dagli amatori: mentre quello dell'Egitto, di Costantinopoli, di Persia o di Algeria, godono delle stesse proprietà, ma in minor grado

L'hascisc (o erba, cioè l'erba per eccellenza, come se gli Arabi avessero voluto definire in una sola parola, erba, la fonte di tutte le voluttà immateriali), possiede diversi nomi secondo la composizione e il metodo di preparazione cui è stato sottoposto nel paese dove è stato raccolto: nell'India bangie; in Africa teriaki; in Algeria e nella Arabia Felice madjound, ecc. Non è affatto indifferente che lo si raccolga in ogni momento dell'anno; possiede la sua più grande energia quando è in fiore; gli apici in fiore sono, di conseguenza, le sole parti impiegate nelle le svariate preparazioni su cui dobbiamo spendere qualche parola.

L'estratto grasso dell'hascisc, come lo preparano gli Arabi, si ottiene facendo bollire gli apici della pianta appena colta nel burro con un po' d'acqua. Dopo la completa evaporazione dell'umidità lo si fa colare, e si ottiene così un preparato che ha l'apparenza di una pomata dal color giallo verdastro, e che conserva uno sgradevole odore di hascisc e di burro rancido. In questo stato si impiega a palline del peso di 2-4 grammi; ma poiché ha un odore ripugnante che aumenta col tempo, gli Arabi preparano l'estratto grasso sotto forma di marmellata.

La più comune di queste marmellate, il dawamesk, è un miscuglio di estratti grassi, di zucchero e di vari aromi, quali vaniglia, cannella, pistacchio, mandorle, muschio. Qualche volta gli si può anche aggiungere un po' di cantaride, per uno scopo che non ha nulla in comune con i risultati ordinari dell'hascisc. In questo nuovo modo l'hascisc non ha nulla di sgradevole e lo si può ingerire in dosi di 15, 20 e 30 grammi, avvolto in un foglio sottile di pane azimo, o in una tazza di caffè.

Le esperienze fatte da Smith, Gastinel e Decourtive hanno avuto lo scopo di giungere a scoprire i principi attivi dell'hascisc. Malgrado i loro sforzi, la combinazione chimica è ancora poco conosciuta; ma generalmente si attribuiscono le sue proprietà a una materia resinosa che si trova in una certa quantità nella proporzione del 10 per 100 circa. Per ottenere questa resina, si riduce la pianta secca in polvere di grana grossa e la si lava più volte con dell'alcool che viene poi distillato e in parte ritirato; lo si fa evaporare fino a quando non raggiunge la consistenza di un estratto che viene trattato con acqua, la quale dissolve le impurità gommose, e allora la resina rimane allo stato puro.

Il prodotto è una sostanza molle, di colore verde scuro, e possiede in alto grado l'odore tipico dell'hascisc. 5,10,15 centigrammi bastano a produrre effetti sorprendenti. Ma la pasta d'hascisc, che può essere somministrata in confetti di cioccolato o in piccole pillole allo zenzero, ha effetti più o meno vigorosi e di diversa natura, come il dawamesk e l'estratto grasso, secondo il temperamento dell'individuo e la sua sensibilità nervosa. Ma c'è di più, il risultato può variare nello stesso individuo. A volte nascerà un'allegria smoderata e irresistibile, a volte una sensazione di benessere e di pienezza di vita, altre volte un sonno equivoco attraversato da sogni. Esistono, però, fenomeni che si riproducono assai regolarmente, soprattutto in persone di temperamento e di educazione analoghi; c'è una specie di unità nella varietà che mi permetterà di comporre senza troppa fatica questa monografia dell'ebbrezza di cui ho appena parlato.

A Costantinopoli, in Algeria e anche in Francia, alcuni fumano hascisc mescolato con tabacco; ma allora i fenomeni di cui parlavo si producono in forma modesta e, per così dire, pigramente. Mi è giunta voce che, recentemente, si è riusciti ad estrarre, distillandolo dall'hascisc, un olio essenziale che sembra possedere una efficacia molto più stimolante di tutti i preparati fino ad oggi conosciuti; ma non è stato abbastanza studiato perché si possa parlare con certezza dei risultati. E non è forse superfluo aggiungere che il tè, il caffè e i liquori sono potenti coadiuvanti che più o meno accelerano lo schiudersi di questa misteriosa ebbrezza?


 
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