AGARICO MUSCARIO, MOSCHE E ROSPI: UNA NUOVA IPOTESI di Giorgio SamoriniGli animali si drogano. E' un dato innegabile, che riceve sempre più conferme dagli studi sul comportamento animale. Alcuni anni fa Siegel (1989) aveva raccolto in un libro numerosi dati a riguardo. Attualmente sto scrivendo un libro dove esamino i casi sinora individuati e dove cerco una spiegazione di questo comportamento nei termini di quel concetto della biologia che va sotto il nome di "fattore PO" o "fattore di deschematizzazione". In poche parole, ogni specie di esseri viventi (quindi non solo le specie animali ma anche quelle vegetali) è dotata di alcune funzioni primarie indispensabili per la sua sopravvivenza, quali la nutrizione e la riproduzione. Ma ciò non è sufficiente: affinché la specie possa preservarsi nel tempo, essa deve essere in grado di evolversi, modificandosi e adattandosi ai continui cambiamenti dell'ambiente circostante. A parte i rari casi dei "fossili viventi", una specie che non si evolve è destinata a soccombere. Per questo motivo ogni specie vivente deve essere dotata anche di una "funzione evolutiva", che si basa anche, secondo i biologi, su un "fattore di deschematizzazione", il fattore PO. E' probabile che il comportamento animale (e umano) dell'assumere droghe faccia parte del fattore PO, cioè che in ultima analisi l'assunzione di droghe sia da considerare come una funzione evoluzionistica di primaria importanza per la preservazione della specie (Samorini, "Animali che si drogano", work in progress). Anche Siegel giunge, per altre vie, alla medesima conclusione. Il numero di specie animali che sappiamo essere soggetti in natura a questo comportamento ammonta oramai ad alcune centinaia e il fatto più sorprendente è che sono coinvolti anche degli animali inferiori, degli insetti. Alcune specie di sfingi - piccole farfalle notturne - si sono adattate con la loro lunga proboscide a succhiare il nettare dai fiori di specie di datura. In particolare, in Arizona la sfinge Manduca quinquemaculata si nutre di nettare di Datura meteloides DC. ex Dunal (= D. innoxia Miller) e nel far ciò contribuisce all'impollinazione dei suoi fiori. Solamente dopo numerose osservazioni alcuni ricercatori si sono accorti che le sfingi, dopo aver succhiato il nettare del fiore, appaiono come ubriache. L'osservazione di questo comportamento può sfuggire, sia perché il tutto avviene di notte, quando le piante di datura aprono la corolla dei loro fiori, sia perché i botanici o gli entomologi che si prendono la briga di passare del tempo di notte nel campo accanto alle piante di datura, sono in genere maggiormente interessati all'individuazione degli insetti impollinanti e alla loro cattura quando sono ancora dentro ai fiori. Osservandoli dopo che hanno succhiato il nettare di alcuni fiori, le sfingi "appear clumsy in landing on flowers and often missed their target and fell into the leaves or onto the ground. They were slow and awkard in picking themselves up again. When they resumed flight, their movements were erratic as if they were dizzy. The hawkmoths seem to like it and come back for more" (Grant & Grant 1983:281). E' molto probabile che il nettare di questa specie di datura contenga i medesimi alcaloidi psicoattivi presenti nelle altre parti della pianta, ricercate dagli uomini come fonte allucinogena. I medesimi autori hanno ipotizzato che questo nettare inebriante rappresenti un tipo di ricompensa che la pianta offre agli insetti che impollinano i suoi fiori. Questo comportamento può rivelarsi estremamente pericoloso per le sfingi: restare anche solo per un breve periodo di tempo inebetite al suolo o volare in maniera rallentata significa aumentare le probabilità di rimanere vittime di avidi predatori. Sembra che qualcosa di simile accada anche fra certe api che visitano i fiori di orchidee tropicali americane. I fiori di Catasetum, Cynoches, Stanhopea e Gongora non producono cibo, bensì un profumo liquido. Le api dei generi Eulaema, Euplusia ed Euglossa incidono le parti fiorifere. The liquid exudes from the scratched surface and is absorbed through the front legs of the bees. The bees return repeatedly to the floral source of the liquid, and exhibit clumsy movements on the flowers which were interpreted as a result of intoxication. (Dodson 1962 e Van der Pijl & Dodson 1966, cit. in Grant & Grant 1983:283). E' probabile che questa particolare associazione fra insetti e fiori, dove le piante ricompensano gli insetti impollinanti anche o solamente con una droga, sia molto più diffusa di quanto sinora osservato. Il comportamento delle sfingi nei confronti dei fiori di datura mi ha fatto pensare e rivalutare lo strano comportamento della comune mosca (Musca domestica) nei confronti dell'agarico muscario. Lo stesso nome di questo fungo, "muscario", deriva da "mosca", in quanto è noto che questi insetti sono attratti dai cappelli del fungo e ne rimangono "stecchiti". Nei secoli scorsi e ancora in questo secolo i cappelli di questo fungo venivano collocati sui davanzali delle finestre e utilizzati a mo' di insetticida. Un metodo diffuso era quello di schiacciare il cappello e aggiungervi un po' di zucchero o di latte; ciò attraeva un numero ancor maggior di mosche e, soprattutto, faceva loro assumere una quantità maggiore di sostanze intossicanti. Sembra che in tal modo diverse mosche periscano per un probabile effetto di "overdose". Nel corso dei miei contatti con questo fungo allucinogeno, dopo averne preparato i cappelli per l'essiccazione, togliendo una buona parte delle lamelle onde prevenire la marcescenza, e disponendoli uno accanto all'altro su un ripiano in un luogo arieggiato, ho avuto modo di verificare più volte la presenza di mosche apparentemente morte tutt'intorno ai cappelli. Se non si facilita l'essiccazione dei cappelli - ad esempio ponendoli sotto un flusso di aria calda in un forno aperto - il tempo naturale per una completa essiccazione può durare da alcuni a svariati giorni, a seconda della temperatura e dell'umidità dell'ambiente circostante. Mi è capitato di contare sino a diverse decine di mosche "stecchite" durante i giorni dell'essiccazione dei funghi e questo numero dipendeva dal numero di mosche presenti nell'ambiente, ancor prima che dal numero di cappelli messi ad essiccare o dal numero di giorni impiegati per la loro completa essiccazione. Le mosche "vittime" del contatto con l'agarico muscario appaiono morte, nella tipica posizione a zampe ripiegate e all'insù. In realtà esse non sono morte e se le si lascia dove sono, tornando ad osservarle dopo un'ora o una giornata intera, si avrà la sorpresa di non vederle più: sono volate via. Tuttavia, dato che le mosche "morte" vengono solitamente rimosse o che al posto di quelle che si sono risvegliate e volate via se ne vedono altre - irriconoscibili dalle prime - intossicatesi col fungo in un secondo momento, il fatto che si risvegliano e prendono il volo sfugge generalmente all'osservazione. E' per questo motivo che nella credenza popolare si ritiene che l'agarico muscario avveleni le mosche sino a ucciderle. Ma già nel secolo scorso v'era chi, fra i micologi, si era accorto che le mosche, a contatto con questo fungo, entrano piuttosto in uno stato "letargico" e si consigliava quindi a chi utilizzava il fungo come insetticida di raccogliere gli insetti "stecchiti" e di gettarli nel fuoco (si vedano ad esempio Paulet 1793 e Cordier 1870:94). A un'osservazione attenta, si possono notare le mosche che si appoggiano sulla cuticola del cappello di agarico muscario e che ne leccano la superficie. Dopo un po' di tempo - variabile da 5 a 20 minuti - una parte delle mosche inizia a manifestare i sintomi dell'intossicazione: il volo si fa scoordinato, cessano di svolazzare, i movimenti si fanno più lenti, appare un tremore alle zampe e un fremito alle ali e per ultimo gli insetti si rivoltano sul dorso o su un lato a zampe per aria e si immobilizzano completamente. Toccandole con una matita, alcune reagiscono muovendo le zampe mentre altre rimangono imperturbate nella loro posizione. Sotto una lente di ingrandimento è possibile notare un movimento peristaltico sul loro corpo, che dimostra che non sono morte. Dopo un periodo variabile da 30 minuti a 50 ore le mosche si risvegliano e in breve tempo riprendono le normali attività e volano via come nulla fosse stato. Non tutte le mosche che si appoggiano sulla superficie del fungo rimangono intossicate, o forse, ciò dipende dal tempo di esposizione dell'insetto all'agente intossicante, o meglio inebriante, così come, probabilmente, si presentano diversi gradi di intensità dell'intossicazione, che vanno da una frenesia aumentata nel volo alla catalessi più completa. Durante la seconda metà degli anni '60 di questo secolo alcuni collaboratori del grande micologo francese Roger Heim - uno dei padri fondatori dell'etnomicologia moderna e pioniere negli studi dei funghi allucinogeni - intrapresero presso il Museo di Storia Naturale di Parigi (di cui Heim era il direttore) studi sperimentali specifici sul rapporto fra la mosca domestica e l'agarico muscario (Bazanté 1965, 1966; Locquin-Linard 1965-67). Le loro ricerche erano volte a determinare il grado di tossicità di questo fungo nei confronti delle mosche e i loro esperimenti non ci dicono un gran che sul rapporto fra questi due esseri viventi in natura. Essi infatti forzarono questo rapporto obbligando un certo numero di mosche a vivere nel ristretto spazio di una scatola di Petri a diretto e prolungato contatto con il fungo o con un suo estratto liquido. Come risultato essi ottennero un elevato indice di mortalità degli insetti intossicati. Ciò può essere dovuto a un fenomeno di "overdose" indotto dalle condizioni dell'esperimento o anche - come suggerito dai medesimi ricercatori - alla produzione di anidride carbonica da parte del fungo, che causa la morte delle mosche per asfissia. Nel corso dei medesimi esperimenti fu determinato che i principi attivi del fungo agiscono sul sistema nervoso, piuttosto che sul sistema muscolare degli insetti, e che questi rimangono intossicati, oltre che dalle sole spore del fungo, anche dall'Amanita pantherina, una specie di fungo affine all'agarico muscario e caratterizzato dalle medesime proprietà allucinogene (per l'uomo) e contenente i medesimi principi attivi. Altri ricercatori (Bowden et al. 1965) hanno dimostrato che il risveglio delle mosche avviene con una ripresa del movimento, prima delle zampe e poi delle ali; la parte del fungo più attiva è quella che sta appena sotto la cuticola rossa del cappello, di colore giallastro, proprio dove sono maggiormente localizzati gli alcaloidi isossazolici (acido ibotenico e muscimolo). Un tempo si riteneva che l'agente intossicante per le mosche fosse la muscarina (si riteneva lo fosse anche per l'uomo) ma, provando a dare da mangiare della muscarina pura agli insetti, questi non ne risentivano. E' stato invece dimostrato che le mosche vengono intossicate dai medesimi alcaloidi che inebriano l'uomo. Anche in Giappone esistono funghi che attraggono le mosche e che vengono usati da lungo tempo come insetticidi. Il più noto è il Tricholoma muscarium Kawamura, chiamato haetori-shimeji, che significa "fungo ammazzamosche"; esso produce un altro alcaloide isossazolico, l'acido tricholomico (= acido diidroibotenico), che non sembra abbia effetti psicoattivi per l'uomo (Takemoto & Nakajima 1964). Jonathan Ott (1996:356) ha determinato la presenza di questo composto anche nel comune Pleurotus ostreatus (Jacquin ex Fies) Kummer, un fungo commestibile coltivato e commercializzato su larga scala in Europa e in America. Da notare che questo fungo è carnivoro; in natura esso secerne nel terreno una neurotossina che immobilizza i nematodi; questi vengono quindi invasi e ingeriti dalle sue ife (Thorn & Barron 1984). Ott è convinto che la neurotossina sia proprio l'acido tricholomico, ovvero il medesimo composto che attrae le mosche. Si potrebbe quindi pensare che gli alcaloidi isossazolici sono prodotti dai funghi con lo scopo, oltre che di tenere lontani certi predatori, di catturare dei vermi sotterranei, e che "accidentalmente" attraggono e intossicano anche le mosche, di cui evidentemente non possono nutrirsi. Ma se così fosse, non si comprenderebbe perché la concentrazione massima di acido ibotenico nelle A. muscaria e A. pantherina sia nel cappello, appena sotto la cuticola, ben lontano dal sottosuolo. Del resto, il comportamento carnivoro non è stato osservato in queste due amanite. Heinrich (1999) fa notare che le mosche depositano uova nel gambo del fungo. I vermi che nascono da queste uova si spostano nella zona delle lamelle per cibarsene. Si potrebbe quindi pensare che gli alcaloidi isossazolici fungano da insetticida, per limitare la deposizione delle uova delle mosche. Ma se così fosse non si comprenderebbe perché la concentrazione massima degli alcaloidi si trova nel cappello, appena sotto la cuticola, e non nel gambo, che è la sede preferita dalle mosche per depositare le loro uova. Si veda ad esempio la recente analisi sviluppata da Gennaro et al. (1997) su campioni freschi di A. muscaria raccolti nel Piemonte (Italia settentrionale). Il muscimolo è stato trovato in quantità di 0.38 g/kg nei cappelli e 0.08 g/kg nei gambi e l'acido ibotenico in quantità di 0.99 g/kg nei cappelli e 0.23 g/kg nei gambi. Inoltre, non è certo che i vermi nati da queste uova incidano sulla produzione delle spore del fungo; anzi, potrebbero addirittura contribuire alla loro diffusione. Per di più, il rapporto che le mosche hanno nei confronti dell'agarico muscario è di attrazione e non di repulsione. Ci deve essere un altro motivo in quello strano comportamento delle mosche, differente dal caso accidentale. Non è possibile che le mosche da sempre, cioè da decine di migliaia di anni, sono attratte dall'agarico muscario e ne restano intossicate senza generalmente morirci, per motivi puramente accidentali. Varrà la pena ricordare qui una massima filosofica, e cioè che il caso, o meglio ciò che noi riteniamo sia un caso, il più delle volte non è altro che una misura della nostra ignoranza; quando negli eventi che osserviamo non vediamo associazioni causali, tendiamo a giustificare questi eventi attraverso il concetto di casualità. Arrivo così a formulare una nuova ipotesi riguardo il rapporto in natura fra l'agarico muscario e le mosche, alla luce anche del caso delle sfingi inebriate dalla datura: non si tratterebbe di un avvelenamento subito da incaute mosche che vengono attratte dall'agarico muscario - un'intossicazione del resto piuttosto inspiegabile dovendola attribuire a una "svista" evoluzionistica del comportamento di questi insetti. Siamo invece in presenza di un atto volitivo delle mosche nel passare attraverso l'esperienza di rimanere intossicate, o meglio inebriate dall'agarico muscario, in maniera simile al comportamento delle sfingi di fronte a un fiore di datura: le mosche si drogano di agarico muscario, allo stesso modo delle renne siberiane. In natura, in un rapporto non obbligato fra le mosche e la loro droga, non tutti gli insetti che si appoggiano sul fungo e lo leccano ne rimangono "stecchiti", cioè ne conseguono effetti parossistici. Nell'uomo, il fumatore di Cannabis è soggetto ad effetti fisici e psichici in una maniera graduale: da stati di eccitazione mentale e in parte fisica (il cosiddetto "high") a stati mentali estatici e visionari accompagnati da sedazione fisica sempre più profonda, sino a raggiungere l'immobilismo totale che può durare alcune ore. Questa variabilità degli effetti dipende dal dosaggio assunto, ma non solo: dipende anche dalla variabilità individuale nella reazione con la Cannabis e dal grado di evoluzione personale del rapporto con questa sostanza. Tornando alle mosche, è dunque probabile che ciò che è stato sinora osservato del loro rapporto con l'agarico muscario è solo uno stato estremo, profondo, il più evidente, se non l'unico a noi evidente. Forse anche tutte quelle mosche che contattano il fungo e non ne rimangono "stecchite" ne subiscono comunque diversi gradi di inebriamento. Morgan ha osservato anche un moscerino della frutta (Drosophila) sotto l'effetto di una "leccata" di agarico muscario: "It made an attempt to fly off, and spiraled onto the table upon which the mushrooms lay. It remained emotionless for at least a minute, appearing to be dead, and then recovered and flew off" (Morgan 1995:102). E' probabile che non solo per la mosca comune, bensì per tutto un insieme di insetti, in particolare di insetti del sottobosco, l'agarico muscario rappresenti un "paradiso" tutt'altro che artificiale. R.G. Wasson dedicò al rapporto fra mosche e agarico muscario un capitolo intero del suo lavoro monumentale Mushroom, Russia and History (1957, I:190-214) e alcune pagine del suo saggio sul soma (1968:198-202). Egli mostrava un certo scetticismo del fatto che le mosche sono realmente attratte e rimangono intossicate dal fungo, per il semplice motivo che era impegnato a dimostrare l'associazione puramente semantica esistente fra questi due esseri viventi. Non potendo negare un loro rapporto ecologico - per via dei risultati degli esperimenti di Bazanté e altri ricercatori di cui era a conoscenza e che ho riportato più sopra - ne ridusse tuttavia la significatività. Ad esempio, riteneva che la credenza popolare che l'agarico moscario uccide le mosche provenga da "that curious fund of 'facts' that people keep repeating to each other and believing, without verification or analysis" (Wasson 1968:198). Invece, io ritengo che in quella credenza popolare, come nella maggior parte delle credenze popolari, ci sia qualcosa di vero e cioè che essa si basi su di una verità alla portata di quanti - come me - hanno avuto un contatto intimo con l'agarico muscario, raccogliendolo, maneggiandolo, seccandolo; un tipo di contatto che Wasson non sembra abbia avuto. Che capiti che delle mosche - in natura e non solo in laboratorio - si avvicinano all'agarico muscario e ne rimangono "stecchite" è un dato innegabile; l'ho verificato di persona numerose volte e quando lo si osserva, subito ci si rende conto dov'è la vera origine di questa credenza popolare: altro che incredulità! Sempre in un'ottica riduzionista del valore ecologico di questa "credenza popolare", Wasson sottolineava ch'essa non è universale, bensì limitata a una determinata area geografica, sebbene alquanto estesa. Riportava che essa non è presente in Italia e nella penisola iberica, affermando tuttavia che le sue ricerche in queste regioni non erano state esaustive (ibid. :198). In realtà, la conoscenza dell'agarico muscario come "ammazzamosche" è nota in Italia (ad esempio in Liguria, cfr. Calzolari 1998:29) e nella regione catalana (Fericgla 1994:138). Clark Heinrich, che ha maneggiato non pochi campioni di A. muscaria che crescono in California, ha osservato anch'egli innumerevoli volte mosche narcotizzate attorno ai funghi (Heinrich 1999). L'associazione semantico-simbolica fra mosche e agarico muscario che Wasson individuò e a cui volse tutta la sua attenzione è interessante e in parte vera: gli insetti che volano hanno avuto una universale valenza demoniaca; nel Medio Evo la causa del delirio, dell'ubriachezza e dell'insanità mentale era attribuita a insetti che si perdevano dentro la testa della vittima; presso diverse culture "avere le mosche nella testa" era sinonimo di pazzia. Tuttavia, queste credenze popolari non possono giustificare in alcun modo l'altra credenza che l'agarico muscario "ammazza" le mosche. E' più probabile che si sia formata e tramandata la seguente associazione semantica: l'insanità mentale sta alla presenza di mosche nella testa come gli effetti inebrianti dell'agarico muscario stanno alla presenza di mosche sul suo cappello (testa); un'associazione semantico-simbolica che, nuovamente, avrà preso spunto dall'osservazione del fattore ecologico che associa le mosche al fungo in questione. Ma v'è di più. Con la nuova ipotesi, che vede le mosche drogarsi di agarico muscario, si potrebbe in parte spiegare in termini ecologici quel millenario e universale rapporto simbolico che c'è fra l'agarico muscario e il rospo. Non è riconosciuta alcuna relazione ecologica fra l'agarico muscario e il rospo. Wasson è qui categorico: "Toads do not sit on wild fungi, nor under nor around them; neither do they eat them. Indeed toads and frogs have no direct physical or biological link with toadstools. Our word [toadstool], with roots deep in our folkways, is not, in any way obvious to us, a distillate of man's observation of nature" (Wasson & Wasson 1957, I:65). Ma Wasson in più casi ha mostrato di essere eccessivamente categorico nelle sue convinzioni; ad esempio nell'esclusione di qualunque interpretazione micologica dell'"albero-fungo" dell'affresco della chiesetta francese di Plaincourault (cfr. Samorini 1997). Morgan (1995:2) afferma che in natura rospo e agarico muscario si trovano raramente insieme. L'interpretazione comune alla maggior parte degli etnomicologi riguarda un'associazione semantica causata dalla velenosità di entrambi rospo e fungo. Ramsbottom ricorda la credenza popolare che i funghi "are formed from the harmful substances of the earth and the venom of toads and that fungi always grow in places where toads abound, and give shelter to them when they take the air" (Ramsbottom 1953:3). Tuttavia, continuiamo ad essere piuttosto ignoranti sul rapporto intimo fra le diverse specie di esseri viventi in natura. Lo dimostra, ad esempio, la scoperta recente dello strano rapporto esistente fra le sfingi e i fiori di datura. Nel corso dei miei incontri con l'agarico muscario nei boschi alpini, in Italia, mi è capitato di incontrare solamente un paio di volte dei rospi (della specie Bufo bufo) nelle vicinanze di questo fungo. Ma devo anche dire che non l'ho mai cercato negli ampi spazi del sottobosco disseminati di agarico muscario, né mi sono mai soffermato a lungo in una fruttificazione di questo fungo, che può produrre facilmente oltre cento carpofori disseminati in un'area che copre il sottobosco di alcune decine di alberi. I rospi si cibano di larve e di insetti dai movimenti lenti; difficilmente riescono a cibarsi delle veloci mosche, a meno che queste per un qualche motivo - ad esempio perché ferite o inebriate - si muovano più lentamente del solito. Or dunque, senza volere forzare il ragionamento su convinzioni categoriche, è tuttavia possibile formulare la seguente ipotesi: dato che le mosche sono attratte dall'agarico muscario e nell'inebriarsi di questo rallentano i loro movimenti sino ad andare in catalessi, i rospi potrebbero avere appreso ciò e, nell'incontrare uno di questi funghi, vi si aggirerebbero attorno alla ricerca della facile preda. Questa ipotesi ecologica del rapporto fra agarico muscario, mosche e rospi, non può tuttavia giustificare da sola il rapporto che si è venuto a creare nel folklore fra questi tre esseri viventi; essa cioè non esclude le associazioni semantico-simboliche individuate da Wasson, le cui dimostrazioni, così magistralmente sviluppate dal grande etnomicologo, restano valide. fonte: The Entheogen Review, 8/3, pp. 85-89, 1999
|