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LA BEVUTA RITUALE

Tra i simboli legati all’importante figura sciamanica di Odino, troviamo la birra o l’idromele. Queste bevande assumono nella mitologia scandinava un carattere sacro. Il loro inebriarsi rituale permette di attingere a quella dimensione sovrumana (furia) propria degli sciamani. Per i vikinghi divenire ubriachi equivaleva ad essere afferrati dallo spirito del dio e sulla coppa ricolma (Bragafullr) si prestava giuramento durante le cerimonie di insediamento di un erede a seguito della morte del padre. Il termine Bragafullr deriva dal nome del dio Bragi che è il protettore dell’arte poetic

Dunque il rito di bere solennemente dal Bragafull è in sicura connessione col dio supremo; il guerriero assorbe, bevendo la birra, la potenza del dio, il suo spirito e la sua ispirazione. Si fa in tal modo simile a lui.

"Ubriaco divenni,
del tutto ubriaco
presso il savio Fiallar
poichè è eccellente la birra
ove dopo riacquisti
ciascun uomo il suo senno."

(Havamal)

Tra le metafore nordiche troviamo inoltre frasi come: "dare idromele" che significa "dare battaglia", oppure come "bere fino in fondo" che sta a significare "morire", equiparando così la morte ad un festino. Birra e idromele sono quindi bevande sacre che assunte in condizioni rituali, permettono di attingere ai doni sovrumani. In particolare l’idromele permette di assimilare la forza del dio Fjolnir che la leggenda vuole esservi annegato dentro. Questo evento conferisce maggior sacralità alla bevanda, perché bevendo ritualmente il nettare si incorpora automaticamente la sua anima e quindi la sua forza.

La parola Miodhr che significa "idromele" può essere ricondotta al termine Odhr, che significa furioso", ma anche "canto, poesia" e in ultimo possiamo notare che Odhr è il dio cieco fratello di Balder, che tornerà assieme a quest’ultimo nella nuova Età dell’Oro. Il fatto che Odhr sia cieco è già di per sé sufficiente a ricollegare il suo nome con la poesia e la sensibilità, che trasforma il soggetto in veggente (ci può essere utile ricordare la figura di Omero o dello stesso Odino).

Ma la coppa alla quale si attinge nei momenti rituali, traboccante di prezioso nettare, ci riconduce al mitico calice del Graal, che una falsa tradizione ci ha consegnato come il contenitore del sangue di Cristo. Il Graal infatti (chiamato anche il Calderone di Dagda), è uno dei quattro doni che portano i Thuatta de Dannan (le genti della dea Dana) al ritorno dall’isola di Avalon. Si narra che al tempo della Grande Onda i Thuatta de Dannan si trasferirono in un’isola ai confini del mondo dove appresero dai Quattro Druidi la Magia e la Saggezza. Ricevuti quattro doni (La lancia di Lug, la Pietra di Fal, la spada di Nuada, meglio conosciuta come Excalibur, e il Calderone di Dagda), tornarono in Irlanda sbarcando il giorno di Beltane. Il Calderone di Dagda rappresenta il calice dell’abbondanza, cioè quella coppa alla quale si può attingere solo dopo numerose prove e dalla quale si riceve la saggezza, il rinnovamento e l’abbondanza.

fonte: www.laviadelnord.net

 
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