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MANTEGAZZA E IL MITO EUROPEO DELLA COCA
di Chiara Berti e Irene Delfino

Dai circoli positivisti all'edonismo del superuomo

«Iddio è stato ingiusto perché ha fatto l’uomo incapace di poter vivere sempre coqueando. Preferisco una vita di dieci anni con la coca ad una di secoli senza coca».

Il continente americano con le sue innumerevoli specie animali e vegetali, sconosciute in Europa, esercitò un notevole fascino sugli scienziati e gli intellettuali positivisti dell’Ottocento. Emulo di Von Humbolt che agli inizi del secolo esplorò il bacino delle Amazzoni, dell’Orinoco e del Rio Negro sia dal punto di vista naturalistico che etnografico, Paolo Mantegazza, spirito avventuroso tanto che diciottenne partecipò alle Cinque Giornate di Milano, conseguita la laurea in medicina a Pavia, anche per motivi di salute, inizia una serie di viaggi che lo porteranno a stabilirsi a Salta (Argentina) dopo aver visitato i paesi del Quadrato de Oro. Mantegazza faceva parte del cenacolo positivista italiano, tra cui spiccavano Carlo Erba, Giovanni Polli, Raffaele Valieri, e va considerato uno dei pionieri italiani ed europei della moderna psicofarmacopea, ovvero di quella branca della medicina che studia l’uso medico e antropologico delle droghe. Benché Mantegazza si interessasse a tutte le sostanze psicoattive, che tentò di classificare in modo scientifico, precedendo di sessant’anni la famosa classificazione di Lewis Lewin in Phantastica, il suo nome è legato alla coca grazie a un suo scritto, pubblicato dopo il suo ritorno in Italia, intitolato Sulle virtù igieniche e medicinali della coca e sugli alimenti nervosi in generale (1859). Quest’opera segue La fisiologia del piacere, pubblicato a Parigi nel 1854 e indica il preciso orientamento filosofico degli studi di Mantegazza: quello positivista edonistico.

Divenuto professore ordinario di Patologia generale a Pavia, dove crea il primo laboratorio italiano di questa specialità, lo studioso diventa senatore del Regno d’Italia. In questo periodo gli interessi antropologici si fanno sempre più forti tanto che, divenuto per i suoi scritti professore di Antropologia a Firenze, fonda col Zanetti il primo Museo di Antropologia e la Società Antropologica Italiana. Insieme al dottor Felice Finzi fonda anche, nel 1870 l’archivio di Antropologia ed Etnologia. Muore a S. Terenzio di Lerici, La Spezia, nel 1910.

Come abbiamo detto, malgrado gli interessi eclettici, il nome di Mantegazza resta indissolubilmente legato all’uso della coca, che egli aveva visto e personalmente sperimentato in Sud America. «L'indiano porta seco nella chuspa (borsa per le foglie di coca) una certa quantità di foglie di coca e saluta con essa il dì che nasce e il sole che tramonta…». La decisione di sperimentare su di sé la droga gli fa descrivere il piacevole torpore, il desiderio di più vasti orizzonti, la voglia di correre e di gustare l’istante senza sprecare le energie acquisite («e noi accoccolati in noi»), il godimento di una forza interiore che non richiede di essere espressa, ma che apprezza la coscienza di sé, finché dosi più alte conducono a un delirio estremo. Mondo interiore e mondo esterno si scindono irrimediabilmente e mentre il primo prende il sopravvento, non svanisce la coscienza di sé, anzi, si rafforza, si arricchisce. La fantasmagoria ha inizio. Trasportato da questa fantasmagoria Mantegazza fu così convincente nei suoi scritti da trascinare un’intera generazione di intellettuali europei. Nel suo scritto Uber Coca (Sulla Coca) del 1884 Sigmund Freud inaugura la grande stagione medica della coca, o meglio del suo derivato chimico, la cocaina, e paga il suo debito a Mantegazza avvalorandone, tramite autosservazioni, le analisi e le conclusioni. «Il Mantegazza è un entusiastico elogiatore della coca e adduce le prove delle sue molteplici applicazioni terapeutiche in casi clinici documentati. Le sue relazioni hanno destato grande interesse, ma hanno ottenuto scarso credito. Eppure nel Mantegazza ho trovato tali e tante osservazioni esatte che sono disposto ad accreditare anche quelle dichiarazioni che non ebbi l’occasione di verificare». Dopo una decina d’anni Freud “rinnegherà” le sue teorie, pubblicando nel 1887 Beiträge Über die Anwendung des cocain (Cocainomania e cocainofobia), dove cerca di negare gli effetti di tossicodipendenza e di stabilire un collegamento tra “siringa-ago” e “penetrazione-senso di colpa”. La sua speranza di aver trovato la panacea per tutti i mali crollò, anche se il padre della psicanalisi in privato rimase un cocainomane come testimonia lo scritto del 1895 Sogno sulle iniezioni di Irma.

Un altro aspetto che Mantegazza sottolinea è quello edonistico: «La natura umana è fatta in modo che in ogni tempo e in ogni paese, dal godere un piacere si passa facilmente ad abusarne; e ciò avviene anche per la coca. Il vizio di coquear è anzi uno dei più tenaci e invincibili che si conoscano. Il coquero incorreggibile ha sempre in bocca il suo acullico [bolo, N. d. A.] e solo si può vederlo senza di esso quando mangia. Spesso dorme colla coca in bocca. Egli dimentica i propri doveri, la propria famiglia e spesso toglie ai bisogni imperiosi della vita il tempo e il denaro per dedicarsi in tutto e per tutto alla sua passione. Se la fortuna non lo ha fatto ricco, non lavora che quanto basta per comperarsi la foglia prediletta, e ritirandosi nella solitudine dei boschi e dei monti, vi rimane per più giorni in preda al delirio che lo inebria di felicità». Non c’è dubbio che se la presentazione della coca come l’elisir della felicità si rifà, in certo modo, ai miti dei conquistadores sulla “fontana dell’eterna giovinezza”, la sua descrizione del coquero è debitrice del positivismo lombrosiano circa l’abbrutimento dei primitivi, il loro vizioso comportamento e la loro proverbiale pigrizia. «Il coquero si riconosce subito perché rassomiglia a un ruminante o a una scimmia che ha nascosto nelle gote il frutto dell'orto». Non sorse il dubbio allo scienziato Mantegazza che l’uso della coca da parte degli indios fosse una necessità visti i bestiali ritmi di sfruttamento nei campi e nelle miniere, dove i turni di diciotto ore lasciavano l’operaio così stremato che egli neppure usciva dalle gallerie. Fin dai tempi della conquista l’ostilità delle autorità religiose cattoliche, infatti, era stata messa in sordina dalla necessità di pagare in foglie di coca il salario degli indigeni, pena l’esaurimento della forza lavoro. Quanto al vagare dell’indio nelle selve e le sierras, esso non è dovuto certo al “piacere”, ma piuttosto alla necessità di procurarsi frutta e tuberi con cui sopravvivere. Le teorie del darwinismo sociale lombrosiano, che bollano come vizio indigeno lo sfruttamento, consentono all’intellettuale europeo di far uso della droga per scopi meramente edonistici. D’Annunzio, Pitigrilli, i Futuristi, grandi estimatori della polverina bianca, contribuirono ad occultarne i valori culturali etnici e quelli farmacologici a favore del mito del superuomo.

fonte: Hakomagazione n.10

 
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