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Pagina 1 di 2 I "NUOVI CONSUMI" DI DROGHE di Lisa DelliCAPITOLO III I “NUOVI CONSUMI” DI DROGHE 3.1 Premessa L’etichetta “nuovi consumi” è stata creata per sottolineare la distanza tra le nuove forme di consumo e il fenomeno della tossicodipendenza da eroina, che a partire dagli anni ’70 ha monopolizzato l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni in materia di droga. Prima dell’entrata in scena dell’ecstasy e delle altre droghe di sintesi alla fine degli anni ’80, inizio anni ’90, il panorama italiano di assunzione di sostanze stupefacenti illegali si presentava, come afferma Cippitelli (2003), sostanzialmente in forma dicotomica. Da un lato lo scenario della dipendenza da oppiacei che rimandava ad immagini di vita ai margini della società, di malattia e morte; dall’altro un consumo di cannabinoidi, che in alcune fasce della popolazione giovanile, si poteva definire di massa; questi assuntori però, al contrario dei primi, non sembravano avere particolari problemi come gravi malattie e risultavano socialmente ben inseriti. Ma anche se nel rapporto IARD “Giovani anni ’90” del 1993, la situazione di consumo continuava ad essere descritta in questi termini, le cose erano cambiate. Si verificava “per la prima volta un uso di massa di sostanze ritenute pesanti dalla legislazione, ma attraverso forme, contesti ed atteggiamenti caratteristici di consumi leggeri” (Cippitelli, 2003, p. 42). Questo fenomeno, data la diversa qualità dei consumi e la quantità di giovani coinvolti, si presentava come nuovo, inedito e certamente non comprensibile attraverso il modello esplicativo della devianza. Per riuscire a dare un senso a questo cambiamento nelle “abitudini” di consumo di sostanze psicoattive occorre contestualizzare il fenomeno. Dalla fine degli anni ’80 esplode in Italia la “rivoluzione techno”. Si tratta di un movimento originato negli Stati Uniti ed importato in Europa sbarcando dapprima sulle spiagge di Ibiza, e in un secondo momento trasferito nell’isola britannica dove si è sviluppato e strutturato a tal punto da arrivare fino a noi. Techno è un genere musicale che nasce verso la metà degli anni ’80 a Detroit, si tratta di musica elettronica, prodotta al computer. E’ molto dura, ha dai 140-160 battiti al minuto e non è mai cantata; è stata definita come “ gospel per nuove anime di silicio” (M. Antonelli, F. De Luca, 1995, p. 102) e pare proprio, come afferma F. Bagozzi (2000), evocare il senso di alienazione e degrado delle grandi metropoli come Detroit. E’ questo il ritmo che costituirà la colonna sonora delle notti degli anni ’90, contribuendo alla nascita di una nuova cultura, di un nuovo modo di vivere le notti del fine settimana. C’è un fenomeno socio-antropologico proprio degli anni ’80 e ’90, che riguarda tutta la popolazione, ma in particolar modo i giovani, che va considerato: l’aumento di disponibilità di tempo libero. Questo si traduce, soprattutto per i ragazzi, in una appropriazione e totale dominio della dimensione notturna. Si struttura un nuovo modo di “abitare la notte”; essa è vissuta come una zona franca, libera dalle regole, dai ritmi diurni, o secondo le parole dell’autrice, “come uno spazio fisico e mentale sottraibile alle cadenze e alle norme imposte dai modelli di organizzazione sociale, uno spazio di libertà dove gli individui possono temporaneamente svestirsi dei ruoli sociali per indossare gli abiti dell’evasione e le maschere del gioco” (M. T. Torti, 1997, p. 7). La notte quindi come spazio libero, da reinventare e da costruire. Elemento di novità però, è il fatto che “la cosa assume le dimensioni di uno stile di vita preciso, specifico, e di massa” (Bagozzi, 2003 a, p. 29). Come nota C. Cippitelli, sono finiti i tempi della “dolce vita” quando il divertimento notturno era accessibile solo ad una élite, oggi la notte può essere definita come una dimensione spazio-temporale “occupata” e vissuta attivamente (Cippitelli, 2000, p. 91). La notte diviene a tutti gli effetti un “nuovo spazio di vita”, basti pensare alle nuove professioni sorte proprio in seguito ad una maggior richiesta di servizi, che vanno dalla ristorazione, al soccorso, al divertimento, anche nelle ore notturne (Ibidem, p. 90). Si parla di “ricolonizzazione della notte”, che viene caricata ulteriormente di significati (Bagozzi, 2003a, p. 29). Dilaga la tendenza a vivere la notte fino all’alba cercando, come afferma M.T. Torti (1997), di oltrepassare i confini del tempo e dello spazio, lasciandosi guidare dalla forte potenza evocatrice della musica e della notte stessa. La notte si configura così nell’immaginario collettivo giovanile come lo spazio ideale per la sperimentazione di quelle esperienze che non sono ammesse durante il giorno, quando ognuno è costretto a ricoprire il proprio ruolo sociale. Ciò che si ricerca nella notte è “il piacere, il bello, il desiderio, la voglia di metamorfosi, la trasgressione” (Bagozzi, Cippitelli, 2003, p. 28). Questo significa trasformarsi, giocare con il proprio corpo, fare tutto quello che non si può fare nel tempo ordinario, cercare di appagare al massimo i propri desideri, magari anche alterando il proprio stato di coscienza con sostanze stupefacenti (Ciotti, 1999). La notte si rivela, secondo il noto sociologo Zigmunt Baumann (1999), il luogo ideale in cui andare alla ricerca di emozioni e poter collezionare piaceri, soprattutto in una società come la nostra in cui l’uomo è prima di tutto consumatore di merci. Non pare così strano quindi, come questa ricerca di sensazioni possa essere appagata attraverso l’uso di sostanze psicotrope, spesso facilmente reperibili nei contesti ricreativi. M. Ingrosso (1999) parla di un uso strumentale di sostanze stupefacenti, che vengono selezionate a seconda dell’emozione ricercata in quel momento. Questa tendenza non è, secondo il sociologo, caratteristica del solo mondo giovanile, è riscontrabile infatti anche tra gli adulti che sempre più assumono farmaci, “non tanto (e non solo) per curarsi, quanto per aumentare le proprie potenzialità somatiche e relazionali” (Ingrosso, 1999, p. 10). Quella a cui assistiamo è secondo l’autore, l’esplosione di una “nuova farmacopea dei desideri” (Ibidem, p. 10). 3.2 Le “party drugs” Le così dette “party drugs” o “nuove droghe” sono quelle che caratterizzano maggiormente la “scena techno”. Il nuovo modo di vivere il divertimento appena descritto è caratterizzato da una ricerca spasmodica e sfrenata del piacere e dello “stare bene” spiegano la grande fortuna riscontrata negli anni ’90 da sostanze come l’ecstasy, le anfetamine, la cocaina, LSD e il contemporaneo declino dell’eroina. Il nome della MDMA pubblicizza bene ciò che i consumatori ricercano: il viaggio, la catarsi, la trance, l’estasi, lo sballo. Principale effetto di questa sostanza è quello di far aumentare nel consumatore la capacità di empatia; gli effetti psicologici sono principalmente una modificazione della percezione di se stessi e degli altri, una maggiore spigliatezza e facilità nella comunicazione, un miglioramento dell’umore ed un’alterazione nella percezione soggettiva del tempo. I soggetti che l’hanno sperimentata di solito dicono di essersi sentiti più disinibiti e più sicuri del solito, maggiormente spontanei, impulsivi e “ricettivi”. Secondo la descrizione delle autrici Fontaine e Fontana la sostanza permette a chi la sperimenta di poter vivere per qualche ora essenzialmente nel presente e con la testa libera da “pensieri ingombranti”(Fontaine, Fontana, 1996, p. 47). Le sensazioni riportate dai consumatori sono quelle di sollievo, amore, calore, caduta delle barriere nei rapporti con altre persone, sensazione di energia inesauribile, aumento dell’autostima (Amendt, Walder, 1997). E’ inoltre una sostanza che non fa sentire la stanchezza fino a quando dura il suo effetto, vale a dire dalle quattro alle sei ore, ed infine non è considerata una droga per tossicodipendenti. I consumatori la vedono come una droga che ha poco in comune con l’eroina: non dà dipendenza, né tanto meno si associa ad uno stile di vita deviante fatto di furti per procurarsi la “roba”. Chi la usa risulta invece al passo coi tempi ed integrato nel proprio gruppo di riferimento. L’ecstasy è stata definita come la sostanza simbolo di questo nuovo modo di vivere il divertimento e nuovo modo di usare le vecchie sostanze. Essa è infatti capace di fornire benessere, performance, “sballo” e divertimento notturno , permettendo però allo stesso tempo di poter tornare alla normalità e ai doveri diurni il lunedì mattina (Ciotti, 1999). 3.3 I contesti ricreativi della “scena techno” Dal momento che non è più ininfluente il contesto in cui avvengono i consumi di sostanze stupefacenti, come avrò modo di spiegare nel paragrafo 3.3.1, ritengo utile illustrare i principali scenari e contesti giovanili di divertimento e consumo al tempo stesso. I setting più comuni di quella che è definita dagli esperti la “techno scena” sono le discoteche, i raves ed i circuiti musicali estivi come Arezzo Wave o Pistoia Blues. Le discoteche durante gli anni ’90 vivono grazie alla rivoluzione techno una sorta di rinascita e vengono consacrate come veri e propri templi del divertimento di massa. Nascono in questi anni i così detti eventi dance commerciali, ovvero feste che si svolgono prevalentemente durante il fine settimana e che durano dalle ventiquattro alle quarantotto ore. Emerge poi il fenomeno dell’afterhours, feste cioè che cominciano la domenica mattina, ovviamente sempre dopo un sabato sera passato a ballare, e che proseguono negli aftertea, eventi che terminano alla ora del tè la domenica o addirittura il lunedì mattina. Questo fenomeno, ben descritto da Bonomi (2000) ne “Il distretto del piacere”, in Italia si sviluppa in maniera particolare nell’area geografica della riviera romagnola dove ancora oggi si possono trovare le più grandi discoteche italiane. Con la rivoluzione techno nasce quello che è probabilmente il contesto ricreativo più rappresentativo di questo movimento, ovvero il rave. Si può definire come una festa a base di musica techno organizzata in un luogo particolare che comincia la notte e dura fino all’alba del giorno seguente, o si protrae per diversi giorni, spesso caratterizzata da un forte consumo di droghe di sintesi. Il fenomeno ha origine in Gran Bretagna alla fine degli anni ’80, si tratta di feste che hanno come modello i Warehouse parties organizzati in America in vecchie fabbriche ormai inutilizzate, stazioni del metrò ed aree industriali dismesse. La scena rave nasce quindi in seno alla cultura techno, ma è evidente un’importante influenza del movimento controculturale degli anni ’60 e ’70. I primi organizzatori di raves sono infatti travellers, squatters ed alcuni superstiti di comunità hippy. I primi sono gruppi di persone che praticano il nomadismo dagli anni ’60 e che durante gli anni ’90 hanno abbracciato la cultura techno; vengono chiamati squatters invece coloro che occupano abusivamente case abbandonate; il fenomeno, come riporta Bagozzi (1996), si sviluppa in Inghilterra a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 come forma di protesta ed in conseguenza dell’aumento degli affitti e dell’abbassamento del tenore di vita delle classi già disagiate. Gruppi diversi tra loro ma uniti dall’amore per la libertà, la natura, la musica, dalla pratica di forme di resistenza e antagonismo nei confronti dei valori e delle norme della così detta mainstream society ed infine dalla abitudine al consumo ed alla sperimentazione di droghe. La scena rave prende particolarmente piede in Inghilterra dove però nel 1994 il Criminal Justice and Public Order Act (CJA) dichiarerà illegale il rave. Nel frattempo questa nuova forma di festa viene esportata anche in altri paesi come la Germania, dove nel 1989 il dj Dr. Motte ha l’idea di portare la techno nelle strade, creando la prima Love Parade. Questo enorme rave on the road, che si svolge il primo week end di luglio a Berlino, è oggi il più famoso raduno techno a livello europeo. In Italia il primo rave venne organizzato nella discoteca Doing di Aprilia il primo giugno 1990, fu chiamato The rose rave; era legale, e fondamentalmente a scopo di lucro. In un primo momento i raves nel nostro paese sono feste legali organizzate da professionisti, hanno luogo in spazi affittati e sono pagate inoltre pesanti tasse alla SIAE. La musica è spesso la hard core, cioè il tipo più duro di techno, vengono sempre serviti alcolici al bar, il dj è consacrato come una star in consolle ed il pubblico è caratterizzato da un look ben preciso. Queste feste però saranno, fino al 1993, spesso luogo di violenza; scomparirà infatti il pubblico femminile e quello maschile sarà caratterizzato da gruppi di simpatizzanti fascisti, come testimonia l’uscita del remake house di Faccetta nera chiamato Technobalilla (Bagozzi, 1996). In un secondo momento si contrapporranno ai raves commerciali quelli illegali, organizzati principalmente dalle molte tribes, cioè gruppi di persone, spesso travellers o squatters, legati alle realtà dei Centri sociali come il Livello 57 di Bologna o il Leonkavallo di Milano. In questo tipo di rave la scelta del luogo è molto importante, viene abbracciato, a tal proposito, il concetto di TAZ, teorizzato dal famoso scrittore anarco situazionista statunitense Hakim Bey (1995). La TAZ è una Zona Temporaneamente Autonoma, uno spazio da occupare o meglio liberare dalle regole dell’economia e dalle imposizioni del pensiero fordista e post fordista. Seguendo questo concetto la scelta del luogo per un rave deve costituire una rimappatura dello spazio urbano; le periferie vanno messe al centro e va capovolta la funzione dei luoghi (Natella, 2000). Proprio per questo motivo vengono prediletti scenari come vecchie fabbriche in disuso dove anni prima si stra-lavorava ed ora si può straballare. L’evento viene pubblicizzato attraverso i flyers, volantini che nel caso dei raves illegali comunicano solo il tema della festa e la sigla dell’organizzazione; soltanto poche ore prima si può attraverso il passaparola riuscire a sapere il luogo esatto. Nei raves illegali, a differenza di quelli commerciali, di solito non si trovano alcolici al bar ma acqua, soda e bevande energetiche; la scenografia inoltre è ben lontana dall’assomigliare a quella della discoteca, si cerca infatti di ricreare un ambiente dove ci si possa sentire “liberi”. Un free party, come riporta un componente della DEA Tribe (un gruppo di organizzatori non professionali di rave), pone tutti i partecipanti allo stesso livello, senza volerne unificare l’aspetto, il pensiero, l’atteggiamento. “Nell’ambiente buio dove solo i colori fluo risaltano, le figure perdono la loro consueta fisionomia e quindi la loro identità ed il loro ruolo: libertà”(Natella, Tinari, 1996, p. 38). La figura del dj, infine, non è consacrata come star dell’evento, ma viene piuttosto nascosta; altre volte il dj non c’è proprio dato che la “colonna sonora” della serata viene appositamente costruita per quell’evento, a seconda dell’atmosfera che si vuol creare. Come ricordano Astrid Fontaine e Caroline Fontana (1996), il rave non è uno spettacolo, inoltre al suo interno non ci sono gerarchie ed ogni stile è ben tollerato. La techno stessa non è nata come genere commerciale, non è musica da hit parade, né eseguita dal vivo, ma semplicemente riprodotta e spesso firmata da pseudonimi o nomi di gruppo e non da un autore. Anche se le motivazioni per cui si va ad un rave possono essere diverse, quasi sempre quello che si cerca non è solo mero intrattenimento, ma un’esperienza diversa, un “viaggio” che faccia dimenticare per una notte le difficoltà, la noia, o comunque tutto ciò che appartiene alla routine. Per A. Fontaine ed C. Fontana obiettivo dell’esperienza è “uscire” da una vita sociale regolata per vivere “qualcos’altro”, un’evasione (Fontaine, Fontana, 1996, p. 15). La maggioranza di coloro che partecipano ad un rave cerca di arrivare ad un annullamento dell’identità individuale per sentirsi parte del gruppo. Attraverso il rito del ballo, molto più simile alle danze di possessione che ad un tango o ad un valzer (Gatti. 1998), vengono condivise forti emozioni fino ad arrivare alla creazione di un sentimento di empatia, intesa come condivisione emotivo-affettiva, di idee e di valori che non sono quelli della società (Salvatore, 1998). Lo scopo è, secondo l’autore, raggiungere un superamento temporaneo delle individualità e dei ruoli che uno ricopre nel quotidiano. Quello che viene ricercato è un’esperienza di “fusione collettiva”, la possibilità di sentirsi meno centrati su se stessi e potersi identificare con gli altri; molti parlano di una sensazione di armonia con l’universo (Ibidem, p. 117). In questo modo i ravers cercano di raggiungere collettivamente stati modificati di coscienza che loro stessi definiscono “trance” (Ibidem, p. 117). Questa corrisponderebbe, secondo l’autore di “Musica e trance” Gilbert Rouget (1986), ad uno stato di coscienza transitorio. I frequentatori di rave cercano di conseguirlo, sia facendosi trascinare dal ritmo incalzante della techno, definita spesso techno-trance, sia con l’assunzione di sostanze di sintesi. L’ecstasy è generalmente la droga più consumata durante un rave e quella ritenuta più adatta all’esperienza e al tipo di sensazioni ricercate. L’MDMA, l’ecstasy nella sua forma pura, è infatti una sostanza che potremmo definire come empatogena. Suo principale effetto è quello di amplificare la capacità di empatia, cioè “la facoltà di identificarsi con qualcuno, di sentire ciò che prova” (Fontaine, Fontana, 1996, p. 44). Per Saunders (1995) gli effetti della sostanza sono sostanzialmente due, uno fisico, il sollievo dalla tensione muscolare, e l’altro mentale, lo sciogliersi delle paure, riuscire cioè a relazionarsi con gli altri con meno paure e difese. La storia dell’ecstasy è fortemente legata a quella della cultura rave e techno, la sua “riscoperta” avviene infatti proprio all’interno di questi nuovi scenari del divertimento. E’ durante l’estate del 1988, chiamata anche la summer of love, che a Londra esplode la moda di andare in discoteca o ad un rave “fatti” di ecstasy. Come scrive Saunders “la combinazione della sostanza con la musica e il ballo, in comune con altre persone, produce uno stato euforico simile alla trance, forse uguale a quello provato in rituali tribali durante cerimonie religiose” (Saunders, 1995, p. 37). La sostanza sarebbe una componente fondamentale della technoscena formata da: techno sound, techno-party e techno-droghe. Anche se l’MDMA rimane la sostanza più consumata ai raves, altre droghe vengono usate in questo contesto: sono le così dette party drugs, cioè LSD, ketamina, cocaina, anfetamina, popper, alcol ed ovviamente hashish e marijuana. Come riportano Fontana e Fontaine, se non fosse per la deriva che il movimento ha conosciuto nell’abuso delle droghe, il rave nella sua forma ideale si potrebbe definire come una “vera festa” (Fontaine, Fontana, 1996, p. 65). Una festa totale, senza limiti, le cui componenti principali sono: il gioco, la rottura col quotidiano e la trasgressione. Le sostanze di sintesi hanno la funzione di assicurare quella “rottura” tanto ricercata (Ibidem, p. 65). Luglio è ormai diventato per molti il mese dei festival musicali estivi, la “stagione” si apre con Arezzo Wave, seguito da Pistoia Blues, Umbria Jazz e Lucca Summer Festival che sono solo alcuni tra i più conosciuti, senza dimenticare l’Heinecken Jammin’ Festival che si svolge ad Imola a metà giugno ed è sicuramente uno dei più apprezzati. La tradizione dei festival musicali comincia circa una ventina di anni fa, tra i primi ed ormai storici, si ricordano quello di Woodstock del 1969, che fu ripetuto nel ’94 e ’99, ed il Glastonbury Festival che è attualmente alla sua venticinquesima edizione. Negli ultimi anni la partecipazione a questi eventi ha visto una crescita esponenziale, basti pensare che nel 2001 le presenze stimate al campeggio di Arezzo Wave erano 2000, (anche se nell’arco dei cinque giorni sono transitate più di 8000 persone), che il campeggio di Pistoia Blues sempre nello stesso anno aveva accolto 12000 ospiti (Bagozzi, Cippitelli, 2003) e che nel 2003 secondo i dati dell’associazione DOG (un’associazione di operatori di strada, che lavora da anni nel contesto del festival), le presenze al campeggio di Arezzo Wave erano circa 20000 (Uscita di sicurezza, 2003). Questi eventi, che durano generalmente più giorni, rappresentano l’occasione per vivere immersi in un clima di festa, conoscere nuova gente e fare esperienze non ordinarie. Le città che ospitano l’evento in quel periodo cambiano completamente faccia: strade, piazze, giardini sono invase da orde di giovani e dalla musica. La popolazione che frequenta festival musicali è molto eterogenea, in prevalenza comunque sono giovani. Tra questi si distinguono i Crusties, gli Squatters ed i Freak. I Crusties, comunemente chiamati anche Punkabbestia, sono contraddistinti da segni esteriori evidenti come piercing e tatuaggi che ricoprono tutto il corpo, capelli lunghi spesso rasta, catene di ferro e bracciali borchiati , un cattivo odore dovuto alla mancanza di igiene personale, ma soprattutto sono sempre accompagnati dal cane. Il loro aspetto è trasandato ed aggressivo, l’abuso di droghe anche cosiddette pesanti è comune in questo gruppo. Conducono spesso una vita nomade che durante la stagione estiva li porta a passare da un festival all’altro. Gli Squatters sono come già detto occupanti abusivi di case abbandonate, si riconoscono spesso come anarchici e condividono con i Crusties, da cui apparentemente non si discostano molto, l’ideologia punk, che fondamentalmente rifiuta uno stile di vita conformista. I Freak, come riportano gli autori del progetto “Uscita di sicurezza”, risalgono al movimento giovanile del ’68 che aveva come valori il pacifismo, la conciliazione della natura, la valorizzazione delle diversità, il rifiuto della società dei consumi. Conducono una vita nomade, ma non vanno alla ricerca di case occupate; sono spesso venditori ambulanti di oggetti di artigianato da loro stessi prodotti. Il loro aspetto non è aggressivo come quello dei Crusties, hanno un proprio stile di abbigliamento denominato freak, la loro pare una “trascuratezza ricercata” (Uscita di sicurezza, 2001, p. 26). Ogni festival prevede un’area destinata al campeggio che può essere gratuito, come ad Arezzo Wave, o a pagamento. Spesso, soprattutto nei festival in cui i concerti si pagano, il campeggio diventa per molti un’area da cui non si esce e dove viene organizzato una sorta di free festival interno. Gruppi di travellers organizzano veri e propri rave con tanto di sound system e dancefloor, la musica offerta è principalmente techno. Sono ambienti in cui vi è una situazione di altissimo consumo di droghe vendute negli spazi pubblici, dove il mix è una pratica frequente e dove i rischi quindi sono molto alti. I tipi di sostanze che si possono trovare sono molti e vanno dai cannabinoidi a MDMA, MDA, GHB, cocaina, FREE-BASE, speed, oppio, LSD, funghetti ed altri allucinogeni come il peyote, ketamina ed eroina. Come riportano Bagozzi e Cippitelli (2003), il monitoraggio di questi particolari setting è particolarmente importante per vedere quali sono le tendenze delle offerte del mercato e quali i cambiamenti nelle modalità di consumo. Quello che accade in questi ambienti risulta essere una “visione anticipata” di ciò che accadrà poco dopo sul territorio. E’ fondamentale sottolineare che le differenze tra questi diversi tipi di setting appena descritti sono molteplici. I generi musicali stessi ad esempio si differenziano moltissimo non solo a seconda del luogo, quindi se andiamo in discoteca piuttosto che ad un rave, ma anche a seconda del tipo di evento ed anche a seconda dell’organizzatore. Nel caso dei raves, tribes diverse sono caratterizzate da diversi stili musicali e diversi modi di intendere ed organizzare la festa. Di conseguenza risulta evidente come non sia possibile trovare la medesima tipologia di frequentatori in luoghi che offrono diversi “mezzi e strumenti” del divertimento.
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