PDF Stampa E-mail

ALLA RICERCA DEL FUNGO SACRO
di Gordon Wasson

Nella notte tra il 29 ed il 30 giugno 1955, in uno sperduto villaggio indiano del Messico, così lontano dal mondo che la maggioranza dei suoi abitanti non parla ancora spagnolo, io ed il mio amico Allan Richardson prendemmo parte ad una cerimonia di "santa comunione" con una famiglia di amici indiani. Nel corso del rito vennero prima adorati e quindi consumati funghi "divini". Nelle loro pratiche religiose gli indiani mettono insieme elementi cristiani e precristiani, una cosa che può apparire sconcertante ai cristiani, ma che per loro è assolutamente naturale. Il rito era guidato da due donne, madre e figlia, entrambe erano delle curanderas, ovvero delle sciamane. La riunione si svolgeva in lingua mixteca. I funghi appartenevano ad una specie dotata di poteri allucinogeni, ovvero capaci di provocare visioni in chi li assume. Abbiamo masticato e inghiottito questi funghi dal sapore aspro, abbiamo avuto delle visioni e siamo usciti da questa esperienza in preda ad un timore reverenziale. Eravamo giunti da lontano per prendere parte a qualche rito collegato col fungo ma mai ci saremmo aspettati una cosa così sconcertante come la virtuosità dell'opera delle curanderas e gli straordinari effetti del fungo.

Richardson ed io siamo stati i primi due bianchi - non esiste nessun'altra testimonianza storica recente - a mangiare i funghi divini che per secoli sono stati un segreto di certe popolazioni indiane del Messico meridionale rimaste tagliate fuori dal mondo. Nessun antropologo ha mai descritto le scene di cui noi siamo stati testimoni. Il mio mestiere è quello di banchiere mentre Richardson fa il fotografo a New York, dove insegna educazione visiva alla Brearley School. Ma non è stato per caso che ci siamo ritrovati nella stanza di una capanna indiana con le mura di fango ed il tetto di paglia. Per tutti e due si trattava di un ennesimo viaggio in Messico alla ricerca dei rituali legati al fungo. Per me e per mia moglie (che ci avrebbe raggiunti con nostra figlia il giorno dopo) era il coronamento di quasi 30 anni di studi e ricerche sullo strano ruolo che i funghi "velenosi" avevano avuto agli albori della storia culturale dell'Europa e dell'Asia.

Quindi quella sera di giugno ci trovavamo nel profondo sud del Messico, sdraiati sulle stuoie con una famiglia india nel cuore delle montagne mixteche, ad un'altitudine di 1600 metri. Potevamo restare solo una settimana: non avevamo tempo da perdere. Mi ero recato al municipio del paese, al piano superiore trovai il sindaco, seduto da solo ad un grosso tavolo. Era un giovane indio, sui 35 anni e parlava bene spagnolo. Il suo nome era Filemòn. Sembrava ben disposto per cui feci un tentativo. Piegandomi sopra il suo tavolo, gli chiesi con serietà e a voce bassa se potevo parlargli in confidenza. Si incuriosì all'istante e mi pregò di andare avanti. Non esitai: "Potreste aiutarmi a scoprire i segreti del fungo divino?". Per questa parola adoperai il nome mixteco, 'nti sheeto, pronunciandolo correttamente con pausa glottale e differenziazione tonale delle sillabe. Appena Filemòn si riebbe dalla sorpresa mi disse con tono amichevole che niente sarebbe stato più facile. Mi diede appuntamento a casa sua, nei sobborghi del villaggio, all'ora della siesta.

Allan ed io ci trovammo sul posto attorno alle tre. La casa di Filemòn è costruita sul fianco di una montagna, un sentiero corre da un lato, all'altezza del piano superiore, mentre l'altro lato della casa dà su un profondo burrone. Subito Filemòn ci guidò giù nel burrone in un punto dove i funghi divini crescevano in abbondanza.
Dopo averli fotografati li raccogliemmo in una scatola di cartone e risalimmo faticosamente il burrone nel pesante calore nebbioso di quel torrido pomeriggio.

Senza lasciarci riposare neanche un attimo Filemòn ci fece salire sopra la sua casa, verso alcune capanne, per farci incontrare la curandera, la donna che avrebbe officiato il rito del fungo. Era una sua parente, si chiamava Eva Mendez (alias Maria Sabina, N.d.T.) ed era una curandera de prímera categoría, dotata di poteri eccezionali, una Senora sin mancha, una donna senza macchia.

La trovammo a casa della figlia, la quale praticava la stessa arte materna. Eva si stava riposando dopo la sessione della notte prima, era stesa su una stuoia. Era una donna di mezza età, bassa di statura come tutti i mixtechi; restammo colpiti subito dalla spiritualità che emanava. Aveva una presenza che non lasciava indifferenti. Mostrammo i funghi che avevamo raccolto alle due donne. Si misero a gridare eccitate per la qualità dei nostri campioni, erano freschi, belli e abbondanti. Aiutati da un interprete chiedemmo se era possibile per loro servirceli quella notte stessa. Acconsentirono. Eravamo una ventina quella sera alle otto, riuniti nella stanza di sotto della casa di Filemòn. Allan ed io eravamo gli unici stranieri, gli unici a non parlare mixteco. Solo i nostri ospiti, Filemòn e sua moglie, potevano parlarci in spagnolo. Non eravamo mai stati accolti così bene nel territorio indiano. Erano tutti gentili con noi. Non ci trattavano con ostilità, per loro eravamo amici, non uomini bianchi, ci facevano sentire parte del gruppo.

Gli indiani indossavano i loro abiti più belli, le donne i loro vestiti tradizionali, huipiles, gli uomini candidi pantaloni bianchi stretti attorno alla vita con delle corde ed i loro serapes migliori sopra la camicia. Ci diedero da bere della cioccolata, in modo quasi cerimoniale, ed io mi ricordai che nelle cronache della Conquista, gli spagnoli parlavano del fatto che prima dell'assunzione dei funghi veniva bevuta la cioccolata. Sentivo che quello era il momento tanto atteso: stavamo per scoprire che l'antico rito della comunione era sopravvissuto e noi ne saremmo stati testimoni. I funghi erano ancora nella loro scatola, considerati da tutti con rispetto ma senza solennità. I funghi per quella gente erano sacri, non erano oggetto di battute volgari come spesso accade per l'uomo bianco con l'alcool. Verso le 22,30, Eva Mendez pulì i funghi dalla terra poi, pregando, li passò attraverso il fumo di un incenso che bruciava sul pavimento. Quindi si sedette sulla stuoia di fronte ad un semplice piccolo altare adorno di immagini cristiane, Gesù Bambino ed il Battesimo nel Giordano. Poi divise i funghi tra i presenti. Tenne da parte 13 paia di funghi per sé e altrettanti per la figlia. I funghi vengono sempre contati in paia. Aspettavo ansiosamente il mio turno: me ne diede sei paia in una tazza. Non potevo essere più felice: era il punto d'arrivo di anni di ricerche. Anche Allan ne ebbe sei paia. Era un po' imbarazzato. Mary, sua moglie, aveva acconsentito che lui partecipasse a quel viaggio a patto che nessun brutto fungaccio si infilasse tra le sue labbra. Ora era preso dal dilemma. Lo sentii mormorare: "Mio Dio, cosa dirà Mary?". Quindi mangiammo i nostri funghi, masticandoli lentamente, mettendoci circa mezz'ora. Avevano un cattivo sapore aspro con un odore di rancido che tornava alla gola. Allan ed io eravamo determinati a resistere agli effetti che si sarebbero avuti, per osservare meglio lo svolgimento della serata. Ma i nostri buoni propositi svanirono di fronte all'assalto dei funghi.

Prima di mezzanotte la Senora (come veniva chiamata Eva Mendez) tolse un fiore dal mazzo che adornava l'altare e lo usò per spegnere la fiamma dell'unica candela ancora accesa. Ci lasciò nell'oscurità e nell'oscurità restammo sino all'alba. Aspettammo in silenzio per mezz'ora. Allan aveva freddo e si avvolse in una coperta. Qualche minuto dopo si piegò verso di me sussurrando "Gordon, vedo delle cose!". Gli dissi di non preoccuparsi, mi stava succedendo lo stesso. Le visioni erano incominciate. Raggiunsero un alto livello di intensità verso la notte e continuarono allo stesso modo sino alle 4 di mattina. Ci sentivamo poco stabili sulle nostre gambe e all'inizio provavamo un po' di nausea. Ci stendemmo sulla stuoia che ci avevano preparato, ma nessuno aveva intenzione di dormire, eccetto i bambini a cui i funghi non erano stati dati. Eravamo completamente svegli e le visioni ci arrivavano sia ad occhi aperti che ad occhi chiusi. Emergevano dal centro del campo visivo, aprendosi mentre arrivavano, ora correndo, ora lentamente, alla velocità che noi sceglievamo. Erano fatte di colori vividi, sempre armoniose.

Iniziarono con dei motivi artistici, simili a disegni di tappeti o di tessuti o di carta da parati oppure a mappe di architettura. Quindi si trasformavano in palazzi con cortili, porticati, giardini splendenti, palazzi ricoperti di pietre preziose. Poi vidi un animale mitologico che tirava un carro reale. Più tardi sembrava che le pareti della nostra casa si fossero dissolte ed il mio spirito fosse volato oltre, io ero sospeso a mezz'aria, osservavo paesaggi di montagne, con carovane di cammelli che avanzavano lentamente lungo i pendii, le montagne si alzavano fila dopo fila sino al cielo. Tre giorni dopo, quando ripetei la stessa esperienza nella stessa stanza con le stesse curanderas, invece delle montagne vidi estuari di fiumi, acque trasparenti fluire attraverso un'estensione smisurata di giunchi sino ad un mare oltre ogni immaginazione, tutto illuminato dalla luce pastello di un sole orizzontale. Quest'altra volta apparve una figura umana, una donna vestita con abiti primitivi, stava ferma sopra le acque, enigmatica, bella, sembrava quasi una scultura se non avesse respirato, indossava un abito colorato e tessuto a mano. Sembrava che stessi vedendo un mondo di cui non facevo parte e con cui non potevo stabilire un contatto. Ero lì, volteggiavo nello spazio, ero un occhio staccato dal corpo, invisibile, incorporeo, che poteva vedere ma non essere visto.

Le visioni non erano offuscate o incerte. Erano dettagliatissime e chiare, i contorni ed i colori erano perfetti, mai nella mia vita avevo visto qualcosa di più reale. Sentivo che in quel momento stavo vedendo le cose nel modo giusto, mentre la visione ordinaria era limitata e imperfetta; stavo vedendo gli archetipi, le idee platoniche che stanno nascoste dietro le immagini quotidiane. Un pensiero mi venne in mente: era possibile che il divino fungo fosse il segreto nascosto negli antichi Misteri? Era possibile che la miracolosa mobilità di cui stavo godendo fosse la spiegazione delle streghe volanti che avevano avuto un ruolo così importante nel folklore e nelle fiabe dell'Europa del nord? Queste riflessioni mi passarono per la testa nello stesso istante in cui assistevo alle visioni, perché uno degli effetti del fungo è quello di portare ad una separazione dello spirito, una divisione della persona, un tipo di schizofrenia con la parte razionale che continua a ragionare mentre osserva le sensazioni che l'altra parte sta assaporando. Il come se la mente rimanesse attaccata ad una corda elastica ai sensi che vagano.

Nel frattempo la Senora e sua figlia non rimanevano con le mani in mano. Mentre le nostre visioni erano ancora nella fase iniziale, sentivamo la Sefiora agitare ritmicamente le braccia. Iniziò un mormorio basso e sconnesso. Presto quei suoni divennero sillabe articolate, ogni sillaba tagliava l'oscurità in maniera acuta. A poco a poco si trasformarono in un vero canto, una musica antica. Mi parve un introito a Dio. Ad un certo punto della notte si unì al canto la figlia. Cantavano bene, mai forte, con autorità. Ciò che cantavano era indescrivibilmente tenero e commovente, fresco' vibrante, ricco. Non mi ero mai accorto quanto fosse poetica e sensibile la lingua mixteca. Forse la bellezza dell'esibizione della Senora era in parte dovuta all'effetto dei funghi, se così fosse, le allucinazioni non solo sono visive ma anche auditive. Non essendo dei musicologi non saprei dire se i canti fossero indigeni o avessero delle influenze europee. Ogni tanto il canto raggiungeva un apice e si interrompeva di colpo, a quel punto dalla bocca della Senora schizzavano fuori parole violente' parole calde e vive che tagliavano l'oscurità come un coltello. Le parole di Dio, credono gli indiani; era il fungo che parlava attraverso di lei, che rispondeva alle domande poste dai partecipanti al rito. Era un Oracolo. Ad intervalli di circa mezz'ora, c'erano delle brevi interruzioni, la Senora si riposava e qualcuno fumava una sigaretta. Ad un certo punto, mentre la figlia cantava, la Senora si alzò in piedi ed iniziò a danzare nel buio nello spazio lasciato libero, con rumore di pacche e botte. Non capivamo come ottenesse tali effetti. I colpi erano chiari e vicini. Da quanto potevamo capire, non usava alcuno strumento, solo le sue mani. I colpi avevano un tono particolare, il ritmo era complesso, la loro velocità e il volume variava sottilmente. Immaginavamo che si spostasse lungo i quattro punti cardinali, ma non ne eravamo sicuri. Una cosa è certa: la misteriosa emissione percussiva era ventriloquo, ogni suono di pacca arrivava da non si sa dove, la direzione e la distanza erano impossibili da indicare, ora erano vicini alle nostre orecchie, ora distanti, venivano da sopra, da sotto, qui e laggiù, erano come lo spettro di Amleto hic et ubique. Allan ed io eravamo incantati. Stavamo stesi sulla nostra stuoia, scribacchiando appunti nel buio e scambiandoci sottovoce dei commenti, i nostri corpi erano inerti e pesanti come piombo, mentre i nostri sensi fluttuavano liberi nello spazio, sentendo la brezza che spirava là fuori, contemplando vasti paesaggi o esplorando le parti nascoste di giardini di ineffabile bellezza. Nel frattempo ascoltavamo il canto della figlia e l'ultraterreno suono delle pacche e delle botte, controllate delicatamente dalle invisibili creature che ci sfrecciavano intorno. Gli indiani che avevano assunto i funghi prendevano parte all'attività vocale. Nei momenti di tensione lanciavano profonde esclamazioni di meraviglia e di adorazione, non troppo forte, rispondendo alle cantanti e armonizzando con esse, spontaneamente e ad arte.

Ci addormentammo intorno alle 4 di mattina. Allan ed io ci risvegliammo alle 6, riposati e con la mente lucida, ma profondamente scossi per l'esperienza vissuta. I nostri cordiali ospiti ci servirono pane e caffè. Dopodiché tornammo alla casa india dove avevamo i nostri bagagli a circa un miglio di distanza. Dall'esperienza fatta delle celebrazioni del fungo (sino ad oggi ho partecipato a nove di esse) mi è chiaro che, almeno nell'area mixteca, la congregazione è indispensabile al rito. Il gruppo di fedeli deve seguire la tradizione, quindi ogni persona estranea deve essere superata in numero dagli indiani. Questo non vuol dire che il fungo perda la sua potenza se non consumato in comunione con altri. Il giorno dopo la cerimonia che ho descritto, mia moglie e mia figlia Masha di 18 anni ci raggiunsero. Il 5 luglio, stese sui loro sacchi a pelo mangiarono i funghi insieme a noi, senza che fossero presenti gli indiani. Videro gli stessi colori brillanti; mia moglie vide un ballo nella reggia di Versailles con persone vestite in costume che danzavano al suono di un minuetto di Mozart. Il 12 agosto 1955, sei settimane dopo che li avevo raccolti in Messico, mangiai i funghi nella mia camera da letto di New York, constatando che avevano aumentato la loro potenza allucinogena.

Fu una passeggiata nei boschi, molti anni fa, che spinse me e mia moglie alla ricerca del fungo misterioso. Ci eravamo sposati a Londra nel 1926, lei era russa, nata e cresciuta a Mosca più tardi si era laureata in medicina a Londra. Io vengo da Great Falls nel Montana e sono di origine anglosassone. Freschi di matrimonio, alla fine dell'estate del '27, stavamo passando le nostre ferie nelle Catskills. Nel pomeriggio del primo giorno di vacanza passeggiavamo lungo un delizioso sentiero di montagna, attraverso un bosco trapassato dai raggi del sole che cadevano dall'alto. Eravamo giovani, innamorati e spensierati. Improvvisamente mia moglie si era staccata dal mio fianco.

Aveva intravisto dei funghi selvatici nella foresta, e si era messa a correre sopra il tappeto di foglie secche, per poi inginocchiarsi in adorazione di fronte ad un grappolo di quelle strane cose. Come in estasi li chiamò ad uno ad uno col loro affettuoso nome russo. Li accarezzò e odorò il loro profumo di terra. Come ogni buon anglosassone, non sapevo nulla del mondo dei funghi e sentivo che meno ne sapevo di quelle putride ed infide escrescenza meglio era. Per lei erano delle cose piene di grazia, infinitamente seducenti per la mente percettiva. Insistette per raccoglierli, ridendo delle mie proteste, prendendo in giro il mio orrore. Usando la sua gonna come sporta la riempì di funghi e li portò al capanno dove stavamo. Li pulì e se li cucinò. Quella sera se li mangiò tutti, da sola. Pensai che il mattino dopo mi sarei risvegliato vedovo, eravamo sposati da così poco...

Queste drammatiche circostanze così enigmatiche e dolorose per me, lasciarono in entrambi un'impressione duratura. Da quel giorno ci siamo messi a cercare una spiegazione al nostro differente approccio culturale a questo fatto. Il nostro metodo era quello di raccogliere il maggior numero di informazioni sull'attitudine dei popoli indoeuropei riguardo ai funghi. Provammo a determinare il tipo di funghi che ogni popolazione conosceva, l'uso che ne facevano e il nome che gli davano. Facemmo ricerche sull'etimologia di questi nomi per arrivare alle metafore nascoste nelle loro radici. Cercammo tracce dei funghi nelle leggende, nei miti, ballate, proverbi, negli scrittori che avevano trovato ispirazione dal folklore, nei modi di dire quotidiani, nello slang e nei recessi rivelatori dei vocabolari osceni. Li cercammo nelle pagine della storia, nell'arte, nelle Sacre Scritture. Non ci interessava sapere cosa la gente aveva imparato dai libri, ma ciò che la gente di campagna senza istruzione si era tramandata di padre in figlio o aveva ascoltato nelle fiabe di famiglia.

Stavamo aprendo un campo di indagine assolutamente vergine. La nostra conoscenza crebbe con gli anni, avevamo scoperto un dato interessante: i popoli indoeuropei si dividono per eredità culturale in micofobi e micofili, o non sanno nulla sui funghi e ne provano ribrezzo, oppure li conoscono sorprendentemente bene e li amano. Le nostre prove in supporto a questa tesi sono voluminose e spesso divertenti, esse riempiono molte sezioni del nostro nuovo libro ed è nostra intenzione offrirle al mondo accademico (il libro in questione è Mushrooms Russia and History, Pantheon Books, New York - edizione limi. limitata di 500 copie andate subito esaurite nonostante il costo elevatissimo, 125$ del 1957. Uopera conta due volumi illustra-ti, N.d.T.).

I Russi sono il popolo in assoluto più amante dei funghi, assieme ai Catalani che posseggono un vocabolario micologico di più di 200 termini. Gli antichi Greci, i Celti e gli Scandinavi erano micofobi, così come gli Anglosassoni. Un altro fatto ha attirato la nostra attenzione: i funghi selvatici dagli albori dell'umanità sono stati circondati dall'uomo da un aurea soprannaturale, quello che gli antropologi chiamano mana. La stessa parola "Toadstool" (Sgabello del Rospo, ovvero l'Amanita Muscaria, N.d.T.) originariamente avrebbe avuto il significato di "Demonic stool" (Sgabello demoniaco, N.d.T.) ed è il nome specifico usato per i funghi allucinogeni in Europa. Nell'antica Grecia e a Roma esisteva la credenza che alcuni tipi di funghi fossero generati dalla caduta di un fuImine. Sebbene non esista alcuna base scientifica di questo fatto, la credenza è condivisa da molte popolazioni diverse: Beduini d'Arabia, genti dell'India, della Persia e del Pamir, Tibetani e Cinesi, Filippini, Maori della Nuova Zelanda e persino dagli Zapotechi del Messico.

Tutte queste prove messe insieme ci suggerirono diversi anni fa di azzardare un'ardita ipotesi: non potrebbe essere possibile che, molto tempo fa, molto prima dell'inizio della storia scritta, i nostri antenati avessero venerato il fungo divino?
Questo potrebbe spiegare il perché tutti i funghi paiono circondati da un'aura di soprannaturalità. Noi siamo stati i primi a proporre l'ipotesi del ruolo avuto dal fungo divino nel remoto scenario delle popolazioni europee, ma questo pone un altro problema: che tipo di fungo era venerato e perché? La nostra congettura si dimostrò non campata in aria. Abbiamo scoperto che in Siberia vivono sei popolazioni primitive, così primitive che gli antropologi le ritengono dei musei viventi. Popoli che usano un fungo allucinogeno per i loro riti sciamanici. Abbiamo scoperto che i Dayachi del Borneo e i nativi del Monte Hagen della Nuova Guinea ricorrono a funghi simili. Ci siamo imbattuti in antiche tradizioni cinesi e giapponesi che fanno menzione di un divino fungo dell'immortalità, altre tradizioni in India ci dicono che Buddha prima di entrare nel nirvana mangiò un piatto di funghi.

Quando Cortez conquistò il Messico, alcuni spagnoli riferirono che gli Aztechi facevano uso di certi funghi nelle loro cerimonie religiose, servendoli in una "demoniaca santa comunione,, (secondo gli scandalizzati frati al seguito delle truppe). Funghi a cui davano il nome di "teonanacatl", "Carne di Dio". (Venivano di solito usati solo dai sacerdoti, tranne che in occasioni speciali come accadde per l'incoronazione di Montezuma II, nel 1503, quando vennero distribuiti a tutta la popolazione. N.d.T.) Ma nessuno a quei tempi si prese la briga di studiare queste cerimonie in dettaglio, e sino ad oggi gli antropologi non ne sembrano molto interessati. La nostra passione per i funghi ci ha spinto a prendere al volo l'opportunità messicana, dedicando i pochi momenti liberi dal lavoro alla ricerca del divino fungo nel Centro America. Abbiamo la certezza di aver trovato le sue tracce in certi affreschi della Valle del Messico che datano al 400 d.C. e nelle "pietre fungo" scolpite dai Maya delle terre alte del Guatemala, risalenti forse al 1000 a.C. (Gli ultimi studi hanno stabilito che il periodo delle pietre fungo va dal 1500 a.C. al 500 d.C. N.d.T).

Il giorno seguente alla nostra avventura Allan ed io non facemmo altro che discutere della nostra esperienza. Avevamo partecipato ad un rito sciamanico con canti e danze presso i nostri amici Mixtechi, qualcosa che nessun antropologo aveva mai descritto nel Nuovo Mondo, un rito che aveva impressionanti analogie con le pratiche sciamaniche dei popoli paleo-siberiani. Ma il significato di ciò di cui eravamo stati testimoni non andava oltre questo? I funghi allucinogeni sono un prodotto naturale disponibile praticamente in tutte le parti del mondo, Europa ed Asia incluse.

Nella storia evolutiva dell'uomo, mentre brancolava per uscire dalla sua misera condizione, deve esserci stato un momento in cui l'essere umano ha scoperto il segreto dei funghi allucinogeni. L'effetto che hanno avuto su di lui, secondo il mio pensiero, è stato molto profondo, un detonatore per nuove idee. I funghi gli hanno rivelato mondi oltre gli orizzonti conosciuti, nello spazio e nel tempo, persino mondi posti su piani differenti dell'esistenza, un paradiso e forse un inferno. Nella mente semplice di un uomo primitivo, i funghi hanno rinforzato potentemente l'idea del miracoloso. Molte sono le emozioni che gli uomini condividono con il mondo animale, ma timore, reverenza e paura per la divinità sono peculiarità umane. Quando sentiamo nella nostra mente il senso beatifico di stupore, estasi e caritas generati dal fungo divino, è naturale arrivare al punto di domandarci se il fungo non abbia addirittura messo in testa all'ùomo primitivo l'idea stessa di un dio.

Non è casuale forse, che la prima risposta degli indiani, quando gli chiedevo qualcosa sugli effetti del fungo, fosse: Le Llevan ahì donde Dios està, "Ti portano dove c'è Dio". Una risposta che abbiamo ricevuto in parecchie occasioni, da indiani di diverse aree culturali, come se si trattasse di una specie di catechismo. In ogni epoca sono esistite delle rare anime, mistici e poeti, che hanno avuto accesso, senza l'ausilio di droghe, al mondo visionario di cui i funghi posseggono la chiave. William Blake possedeva il segreto: "Colui che non riesce ad immaginare in una luce più forte e migliore di quanto gli permetta il suo perituro occhio mortale, è totalmente incapace di immaginare". Ma io posso testimoniare che i funghi rendono queste visioni accessibili ad un numero maggiore di uomini.

Le visioni che abbiamo avuto, certamente venivano da dentro di noi. Ma non ricordavano nulla che si potesse collegare a qualcosa che potevamo aver visto coi nostri occhi. Da qualche parte dentro di noi esiste un ripostiglio dove queste visioni dormono sino a quando non le chiamiamo. E' possibile che le visioni siano la trasmutazione inconscia di tutte le cose lette, viste e immaginate, così trasmutate che quando risalgono in superficie dal profondo ci sono irriconoscibili? O che le visioni vadano a smuovere delle profondità immobili, profondità smisurate, che altro non sono che l'Ignoto? In ognuno dei nostri viaggi successivi presso le popolazioni indie del Messico meridionale, mentre accrescevamo la nostra conoscenza sull'uso del fungo divino, ci si presentavano nuovi ed eccitanti interrogativi.

Abbiamo trovato cinque distinte aree culturali dove gli indiani fanno uso dei funghi, ogni gruppo li utilizza in modo diverso dall'altro. Ci sarebbe bisogno di un approccio percettivo da parte di antropologi esperti in ognuna di queste aree, coadiuvati da esperti micologi. In tutto il mondo di specialisti ne esistono relativamente pochi: i funghi sono un argomento trascurato nel campo delle scienze naturali. Uno dei micologi più conosciuti è il professor Roger Heim Non solo è un uomo con una vasta esperienza sull'argomento, ma è anche una personalità in altri campi, come negli studi classici, e inoltre è il direttore del Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi. All'inizio delle nostre ricerche ci diede alcuni consigli, nel 1956 i nostri risultati lo hanno convinto ad accompagnarci in un nuovo viaggio di ricerca sul campo. In questa occasione con noi avevamo anche un chimico, il prof. James A. Moore dell'Università del Delaware; un antropologo, Guy Stresser-Pèan della Sorbona, oltre al nostro fedele amico Allan Richardson in qualità di fotografo.

Questa volta il problema più urgente è stato quello di identificare il fungo allucinogeno e di procurarsene una buona quantità per gli studi in laboratorio. Per un profano tutto ciò potrebbe sembrare facile, ma non è così. Gli scrittori spagnoli hanno documentato l'esistenza del fungo divino quattro secoli fa, da allora nessun antropologo e nessun micologo ha dimostrato il minimo interesse sull'argomento. Sino ad oggi.

Chi conosce questi funghi sono degli indiani molto lontani da noi culturalmente, chiusi tra le loro montagne, distanti da qualsiasi strada asfaltata, e inoltre separati da noi dalla barriera della loro lingua. Bisogna conquistare la loro fiducia, vincere il sospetto che nutrono nei confronti dei bianchi. Bisogna affrontare i disagi fisici e il pericolo di contrarre malattie nei villaggi indiani durante la stagione delle piogge, quando crescono i funghi. Occasionalmente si possono vedere dei bianchi da queste parti, missionari, archeologi, antropologi, botanici e geologi, ma appena iniziano le piogge queste rare persone svaniscono.

Esistono altre difficoltà. Sino ad oggi ho visto prendere i funghi da sette curanderos, e solo due, Eva Mendez e sua figlia ne sono fedeli seguaci. Alcuni altri erano personaggi equivoci. Una volta abbiamo visto un curandero prendere una dose simbolica difunghi, un altro ci ha servito funghi che non possedevano alcuna proprietà allucinogena. Se ci fossimo imbattuti solo in questa persona, saremmo ritornati delusi e con l'idea che le famose proprietà del fungo fossero solo una autosuggestione. Avevamo scoperto un tentativo di frode o nel corso del tempo il fungo aveva perso le sue proprietà peculiari? O, ancor più interessante dal punto di vista antropologico, gli sciamani sostituivano le specie allucinogene con altre inattive, nel tentativo di non rendere pubblico qualcosa di sacro?

Anche quando eravamo riusciti a conquistare la confidenza di una vera professionista come Eva, l'atmosfera doveva essere quella giusta e serviva una grande abbondanza di funghi. A volte persino durante la stagione delle piogge i funghi erano scarsi, come imparammo a nostre spese. Noi ora sappiamo che esistono sette tipi di funghi allucinogeni in uso nel Messico. Ma non tutti gli indiani li conoscono, nemmeno nei villaggi dove vengono venerati; a volte in buona fede o per far contenti i visitatori, i curanderos danno dei funghi sbagliati. L'unico test che funziona è quello di mangiare i funghi. Noi ed il professar Heim rivendichiamo la scoperta di quattro specie. La cosa migliore da fare a questo punto è quella di ottenere conferme multiple da ricerche non collegate tra loro, possibilmente da aree culturali differenti. E' quello che abbiamo fatto con parecchie altre specie. Attualmente abbiamo la sicurezza per quattro tipi, siamo quasi sicuri di altri due, e inclini ad accettare la possibilità dell'esistenza di un altro; questi sette tipi appartengono a tre generi differenti. Di questi sette almeno sei sono sconosciuti alla scienza. Forse alla fine delle nostre indagini ne scopriremo molti altri tipi. (Gli studi in questo campo sono soggetti a progressi continui, i funghi a cui fa riferimento Wasson sono del genere Psilocybe che conta più di una dozzina di specie differenti nella sola Mesoamerica. N.d.T)

I funghi non vengono usati come agenti terapeutici: da soli non curano. Gli indiani li "consultano" quando sono turbati da gravi problemi. Se qualcuno è malato, il fungo gli dice da dove viene la sua malattia e se vivrà o morirà, e suggerisce cosa può fare per ristabilirsi. Se il responso è fatale, il paziente gli presta fede e si rassegna: perde appetito e in breve tempo muore. La sua famiglia inizia i preparativi per la veglia funebre ancor prima che avvenga il decesso.

Altri chiedono al fungo notizie di un mulo rubato, ricevono in risposta il nome di chi l'ha preso e indicazioni di dove si trova. Se una persona cara si trova in giro per il mondo, il fungo sostituisce il servizio postale, riferisce se sta bene, se ha dei guai, se si è sposata. Gli indiani credono che esso possegga la chiave per ciò che noi chiamiamo percezione extrasensoriale.

A poco a poco le proprietà del fungo stanno cominciando ad emergere. Gli indiani che ne fanno uso non sono dei tossicomani: quando finisce la stagione delle piogge e il fungo scompare, non ne sentono la mancanza, dal punto di vista fisico non ne hanno alcuna dipendenza.

Ogni tipo di fungo ha la sua forza allucinogena, se non ne hanno abbastanza di una specie gli indiani li mischiano con altre facendo un rapido calcolo del dosaggio richiesto. Il curandero di solito ne prende una dose molto elevata e basandosi su di lui gli altri stabiliscono quale quantità è giusta per loro. Sembra che la dose rimanga fissa per sempre e non debba essere aumentata con l'uso. Certe persone ne richiedono più di altre. Aumentando la dose si intensificano gli effetti ma non si prolunga la durata. Tra le altre cose, il fungo aguzza la memoria mentre sconvolge completamente la nozione del tempo. Nella notte che vi ho descritto vissi per degli eoni. Quando ci sembrava che una sequenza di visioni fosse durata per anni, i nostri orologi ci dicevano che erano passati solo pochi secondi. Le pupille dei nostri occhi erano dilatate, le pulsazioni erano rallentate. Pensiamo che i funghi non abbiano effetti cumulativi sull'organismo umano. Eva Mendez li ha presi per 35 anni, e quando crescono abbondanti li prende tutti i giorni.

Essi presentano un problema chimico. Qual è l'agente che provoca le strane allucinazioni? Siamo ragionevolmente certi che questo differisca da droghe familiari come la cocaina, l'oppio, la mescalina, l'hascish, ecc. Ma il chimico ha una lunga strada da percorrere prima di riuscire ad isolarlo, arrivare alla sua struttura molecolare e sintetizzarlo. Il problema è di grande interesse nel campo della scienza pura. Si dimostrerà d'aiuto nel combattere i disturbi psichici?

Mia moglie ed io abbiamo viaggiato in posti lontani e abbiamo scoperto molte cose da quel giorno di 30 anni fa nelle Catskills, dove per la prima volta percepimmo la stranezza dei funghi selvatici. Attualmente stiamo per intraprendere la nostra quinta spedizione nei villaggi indiani del Messico, sempre allo scopo di accrescere e definire la nostra conoscenza del ruolo giocato dai funghi nelle vite di queste remote popolazioni. Ma il Messico è solo l'inizio. Tutte le testimonianze relative ai primitivi inizi della nostra cultura europea devono essere analizzate per vedere se il fungo allucinogeno abbia mai avuto qualche parte in essa, per poi venire trascurato dalla posterità.

Da Life, 13 maggio 1957.

fonte: Eresie Psichedeliche" a cura di M. Guarnaccia, Ed. Stampa Alternativa

 
< Prec.   Pros. >